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I conflitti interiori che logorano l’organismo

Mi capita di leggere degli articoli su Internet e trovarli particolarmente interessanti. E’ il caso di questo che ho trovato sul blog “Psicoadvisor” sul tema delle malattie psicosomatiche e ho deciso di condividerlo. Dalla lettura possono emergere diversi spunti di riflessione. Se qualcuno si ritrovasse nelle sintomatologie descritte, vi è ampia possibilità di lavorarci, per raggiungere decisi miglioramenti nella propria condizione di vita, attraverso un ciclo di psicoterapia (Dott.ssa Cinzia Gallone).

 

Un rapporto sbagliato, una paura inespressa, una separazione, insoddisfazioni protratte sul posto di lavoro… Sono tutte condizioni che possono generare ansia, malinconia, tristezza ma anche malattie psicosomatiche.

I sentimenti e le emozioni, soprattutto quando lavorano silenti a livello inconscio, possono manifestarsi con disturbi fisici e questa non è solo una teoria ma la base su cui vertono discipline affermate come la medicina psicosomatica e la psiconeuroendocrinoimmunologia.

 

Il rapporto tra Mente e Corpo: fisiologia delle emozioni

Il nostro organismo è un sistema in cui ogni parte comunica con le altre mediante canali bidirezionali.

Mente e corpo non sono due mondi separati, sono due parti in continua influenza reciproca; due parti che contribuiscono alla salute (o alla malattia) del medesimo sistema.

Si è rilevato che, al variare degli stati di coscienza, come, per esempio, nella meditazione o nelle situazioni di stress, si producono variazioni misurabili a livello fisiologico: variazioni dei linfociti, cambiamenti a livello del sistema endocrino e variazioni del sistema gastrointestinale.

La scienza ha documentato che un certo tipo di stato di coscienza, un certo tipo di pensiero, cambia parametri anche sottilissimi, come la glicemia, le endorfine, il numero di recettori per certe molecole presenti sui linfociti…. Le emozioni persistenti e i sentimenti possono addirittura cambiare la conduttanza elettrica della pelle, le onde elettromagnetiche emesse dall’organismo; un certo tipo di pensiero cambia il modo in cui la pianta del piede aderisce al suolo, cambia la nostra postura e condiziona fortemente il complesso muscolo-scheletrico. Come premesso, si tratta di una comunicazione bi-direzionale, quindi una certa postura fisica ci permette di accedere a certi stati coscienza e ad altri no.

 

Disturbi e malattie psicosomatiche: conoscerle per curarle

I sintomi psicosomatici non vanno combattuti e basta. I sintomi psicosomatici sono un segnale che ci manda il nostro inconscio per dirci di cambiare rotta, di cambiare il nostro approccio emotivo agli eventi della vita.

Non solo sintomi psicosomatici, vi sono delle vere e proprie malattie alle quali si riconosce una genesi psicologica. Non è possibile classificare o elencare le malattie psicosomatiche e i disturbi a esse associate. In ogni caso, proverò a segnalarvi le malattie che storicamente sono state sempre interpretate come a predisposizione psicosomatica.

Malattie e disturbi del sistema gastro intestinale

Colite ulcerosa, ulcera gastro-duodenale, rettocolite emorragica.

Tra i disturbi psicosomatici sono presenti gastrite cronica (gastrite nervosa), pilorospasmo, colon irritabile, stipsi, nausea, diarrea da emozioni (in genere innescata da stati d’ansia).

Malattie e sintomi del sistema respiratorio

Asma bronchiale, sindrome iperventilatoria, dispnea, singhiosso.

Malattie e sintomi psicosomatici del sistema cardiovascolare

Aritmie, crisi tachicardiche, ipertensione arteriosa essenziale, cefalea emicranica, nevrosi cardiaca.

Malattie e sintomi psicosomatici del sistema cutaneo

Eczema della pella, dermatite atopica, psoriasi, eritema pudico (quando ti dicono “uuh ti sei fatta rossa!”, rossore emozionale delle guance), acne, prurito, neurodermatosi, iperidriosi, orticaria, canizie, secchezza della cute e delle mucose, sudorazione eccessiva.

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema muscoloscheletrico

Cefalea tensiva (mal di testa), crampi muscolari, torcicollo, mialgia, artrite, dolori al rachide (cervicale e lombo-sacrale), cefalea nucale, psicosomatica della sciatalgia, problemi posturali e annesse conseguenze sull’apparato scheletrico (cifosi, lordosi…).

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema genitourinario

Disturbi minzionali, enuresi, impotenza, anaorgasmia.

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema endocrino

Ipopituitarismo, iper o ipotiroidismo, ipoglicemia, salivazione eccessiva.

 

Cosa ci comunica il nostro corpo: disturbi psicosomatici e personalità

Peso corporeo: non riesco a dimagrire

Il tema “peso corporeo” è spesso trascurato a causa di una generazione troppo giudicante che tende a stigmatizzare chi è obeso o in forte sovrappeso. Purtroppo non tutti riflettono che obesità, sovrappeso e anoressia sono la diretta conseguenza di un disagio psicologico espresso mediante un disturbo del comportamento (mangio troppo, non riesco a seguire una dieta, mangio pochissimo, non voglio nutrirmi…).

Psoriasi, dermatite atopica, prurito, orticaria e disturbi della pelle

La pelle rappresenta uno dei più importanti siti di espressione emotiva. Non tutti sanno che, durante lo sviluppo embrionale, pelle e sistema nervoso si sviluppano dal medesimo gruppo di cellule (ectoderma).

Generalmente, le persone che tendono a somatizzare malattie della pelle hanno un approccio passivo ai rapporti interpersonali. Possono avere una spiccata vulnerabilità nei rapporti sentimentali, una forte insicurezza e una bassa tolleranza allo stress. Possono essere inclini all’ansia e alle tensioni emotive. Possono essere persone facili ai sensi di colpa e che tendono a reprimere sentimenti di rabbia e aggressività che sfogano attraverso pruriti e orticarie.

Stitichezza, sindrome del colon irritabile e disturbi a carico dell’intestino

La colite è spesso l’espressione fisica di uno stress protratto nel tempo, è connessa agli stati emotivi dell’ansia e a una potenziale struttura di tipo ossessivo. Alla rettocolite ulcerosa, una malattia dell’intestino molto grave, è frequentemente correlata una forma dell’umore depresso con esperienze di perdita (reali o immaginari) e di situazioni percepite minacciose per la propria esistenza.

Chi soffre di bruciore di stomaco o gastrite nervosa potrebbe essere vittima di un atteggiamento rinunciatario e di una mancanza di fiducia nelle proprietà potenzialità. Le malattie gastriche possono esprimere disagi psicologici che vedono un forte bisogno di sicurezza e di auto-affermazione. Si tratta di persone che possono sentirsi spesso rifiutate dagli altri, profondamente frustrate da eventuali insuccessi e vulnerabili nella sfera emotiva. Sono persone che hanno difficoltà a gestire la rabbia (o la reprimono o hanno esplosioni di collera).

Tachicardia e altri disturbi dell’apparato cardo-circolatorio

I problemi cardiaci sono il punto d’arrivo di diverse sofferenze interiori croniche, prolungate e che spesso hanno origine nell’infanzia. Chi soffre di problemi a carico dell’apparato cardio-vascolare potrebbe essere una persona dipendente, vulnerabile ma che tende a negare e reprimere i suoi bisogno. Esegue un costante ammutinamento delle necessità inconsce e finisce per vivere una vita di auto-negazioni.

Mal di testa e disturbi della zona cervicale

La zona cervicale è formata da 7 vertebre che hanno, fra l’altro, la funzione di sostenere il capo e permettere i vari movimenti che vengono attuati con la testa.

In questa zona, ogni volta che si cerca di “trattenere o difendersi da un’emozione che si vive come spiacevole”, si assume una postura di tensione e di chiusura, ovvero, tendiamo a chiudere le spalle e a irrigidire i muscoli del trapezio e della cervicale.

I sintomi psicosomatici della zona cervicale possono segnalare il bisogno di ridurre l’eccesso di razionalità auto-imposto. Potrebbe trattarsi di persone che hanno difficoltà a delegare i compiti, imprigionate in un progetto di vita con standard troppo elevati. Potrebbe, altresì, trattarsi di persone con bassa autostima e tendenza a umore depresso, che irrigidiscono il collo occludendolo tra le spalle. Queste persone tendono ad avere il mento spunto verso il petto, spalle chiuse e non sono esenti da problemi alla schiena e alla gambe.

I modelli interpretativi che cercano di spiegare l’insorgenza del sintomo o della malattia psicosomatica sono numerosi e in questo articolo, l’autore non ha mai avuto la presunzione di fornire un quadro esaustivo sull’argomento. Lo scopo è stato quello di rendere l’idea di quanto la nostra psiche possa influenzare lo stato di salute del nostro corpo.

Articolo tratto dal blog Psicoadvisor. Clicca qui per l’articolo originale.

L’angoscia dell’abbandono

L’angoscia dell’abbandono

L’abbandono è una condizione sentimentale che suscita disagio emotivo e può divenire un vero e proprio disturbo psichico che caratterizza le cosiddette “personalità dipendenti”.

Quando una relazione affettiva si interrompe, rischia di minare l’equilibrio psichico di chi subisce il distacco, che può provare sofferenza limitata, ma anche angoscia, reattività, disperazione e solitudine. Quanto più la separazione è inaspettata, tanto maggiore potrebbe risultare la difficoltà dell’abbandonato.

I soggetti con Disturbo dipendente di personalità manifestano, per questa ragione, un forte timore di essere abbandonati. Tale stato può portare allo sviluppo di emozioni, quali paura, terrore e ansia intensa, che inducono la persona ad avere dei comportamenti, anche compulsivi, volti ad evitare l’abbandono.

Ad esempio questi soggetti, di solito, sono particolarmente abili nel comprendere la volontà e i piaceri dell’altro, perché cercano di fare stare bene il proprio partner anticipandone i desideri. Pensano che questo comportamento li renderà indispensabili all’altra persona e li salvaguarderà da possibili allontanamenti. Le persone con questo disturbo possono, infatti, presentare convinzioni quali: “Se riesco ad essere indispensabile per lui allora mi terrà per sempre!” oppure “Se lo faccio stare bene non potrà fare a meno di me e non mi abbandonerà!”.

Quando si sentono soli, o quando non hanno una relazione stabile e significativa, invece, lo stato mentale prevalente è uno stato di vuoto, a volte descritto come una sensazione di essere “nulla in mezzo al nulla”, o come la sensazione di “essere privo di qualsiasi scopo”.

Questo stato mentale è spesso accompagnato da un umore depresso e da profonda tristezza.

Le personalità dipendenti, però, non sono degli “automi”: hanno dei desideri propri che, però, difficilmente riescono a riconoscere e, quindi, a perseguire. In alcuni casi, tuttavia, possono essere consapevoli di avere uno scopo diverso da quello di un’altra persona o una loro preferenza (es. sanno di preferire un film ad un altro o di voler uscire piuttosto che rimanere in casa a vedere la partita), ma presentano grosse difficoltà nel mettere in atto dei comportamenti finalizzati al raggiungimento dei loro desideri, se non sono sostenuti dall’approvazione del partner o delle figure di riferimento (es. genitori, colleghi di lavoro, amici con caratteristiche da leader).

Le relazioni sono, dunque, il faro che guida le scelte personali. Ciò nonostante, quando le aspettative dell’altro non sono compatibili con le proprie, essi avvertono un senso di obbligo a conformarsi ai desideri dell’altro, al quale si ribellano emotivamente con sensazioni di costrizione e di rabbia.

La rabbia e il disappunto verso l’altro, a volte, inducono una sensazione che la relazione vacilli. Quest’idea di solito è insostenibile, perché le persone con Disturbo dipendente di personalità la interpretano come un precursore dell’abbandono. Questo le porta a ristabilire velocemente la vicinanza, cercando di adeguarsi.

Differenti fattori contribuiscono al quadro del sofferente: l’età, durata e tipologia del legame, i toni della frattura, ma soprattutto la personalità.

Le dinamiche abbandoniche appaiono precocemente e derivano in parte da fattori biologici temperamentali innati. Tale predisposizione biologica non sarebbe però sufficiente per determinare lo sviluppo del disturbo.

Alcuni studi condotti sulle interazioni parentali tra madre/padre e bambino, sostengono che comportamenti di dipendenza in età adulta sono associati ad uno stile genitoriale che determina e mantiene le rappresentazioni di sé come vulnerabile e inefficace. I bambini sembrano costruire e interiorizzare tali rappresentazioni di sé sperimentando relazioni genitoriali ambivalenti ed intermittenti nella capacità di fornire aiuto e accadimento. Tale atteggiamento induce il bambino a mettere in atto strategie per assicurarsi la vicinanza della figura di riferimento, sviluppando dinamiche di dipendenza, e a temere l’abbandono in qualsiasi momento.

Altri studi condotti in ambito evolutivo sottolineano, invece, come le dinamiche dipendenti, pur sviluppandosi nelle relazioni genitoriali, devono trovare conferma e rinforzo nelle relazioni sociali successive. Sembra che questi bambini, nel mettere in atto modalità dipendenti per assicurarsi presenza e vicinanza, siano premiati e rinforzati in alcuni casi, mentre in altri sembrano essere allontanati proprio a causa di questa modalità nel richiedere vicinanza. Si suppone che proprio tale intermittenza mantenga lo stile di relazione dipendente, perché genera nel soggetto ulteriore insicurezza nei rapporti e paura di essere abbandonato

La persona si sente in difetto, inadeguata, ha paura di sbagliare, ogni evento critico mette in discussione tutto il mondo della persona che agisce in modo distruttivo. Tale sindrome produce malessere anche nei familiari e nei conviventi di queste personalità.

Il trattamento maggiormente efficace è una psicoterapia individuale, in genere a frequenza settimanale e se necessario, a questa possono essere affiancate terapie familiari, di coppia, di gruppo e farmacologiche.

L’ obbiettivo finale del trattamento è quello di migliorare la qualità di vita del paziente in accordo con le sue esigenze e tenendo conto delle sue difficoltà e priorità.

Il trattamento, secondo l’approccio metacognitivo-interpersonale, si basa sulla comprensione e gestione degli aspetti che caratterizzano tale disturbo. Presupposto indispensabile per raggiungere l’obiettivo finale è creare, fin dalle prime sedute, una buona alleanza terapeutica, evitando il coinvolgimento in dinamiche relazionali patologiche.

Infatti i soggetti dipendenti tendono ad accondiscendere agli scopi del terapeuta o alle sue indicazioni senza sentirle totalmente proprie, per la paura di contrastare la figura del terapeuta.

É dunque indispensabile accordarsi sugli scopi e gli obiettivi del lavoro terapeutico che devono essere:

– riconoscimento autonomo dei desideri;

– promuovere l’autonomia senza porre necessariamente condizioni di rottura delle relazioni significative;

– incremento del senso di efficacia personale;

– gestione degli stati problematici, soprattutto della sensazione di vuoto, della paura dell’abbandono e della sensazione di impotenza ed inadeguatezza nella gestione autonoma degli eventi di vita.

Durante il percorso psicoterapeutico, in seguito all’analisi del caso specifico, si valuterà anche l’utilizzo di una terapia farmacologia per la cura dei sintomi ansiosi e depressivi, che di solito sono il motivo per il quale le persone richiedono un supporto, esplicitando al paziente le motivazioni che eventualmente determinano l’indicazione della terapia farmacologia.

Di che genere di ansia soffro?

 

Frequentavo la scuola di specializzazione a indirizzo cognitivista e durante una lezione un professore ci disse: “L’ansia è come il fegato, tutti ce l’abbiamo, per cui dire ho l’ansia non vuol dire nulla, anzi per fortuna che ce l’abbiamo, come per fortuna che abbiamo il fegato. E’ necessario capire è di che tipo di ansia si tratta e quale tipo di conflitti e emozioni nasconde?”

L’ansia può essere normale e adattiva. Questo stato di attivazione psico-fisica può servirici ad affrontare in modo più performante ed efficace le varie le situazioni che vogliamo e dobbiamo affrontare, come ad esempio l’ansia prima di un esame o prima di un colloquio di lavoro.

In altre condizoni l’esperienza ansiosa può essere funzionale o addirittura salvifica quando si presenta come una reazione d’allarme contro uno stimolo reale e conosciuto come potenzialmente pericoloso e permette all’individuo di potenziare le sue risorse e affrontare meglio il pericolo.

L’ansia “buona” ha queste due caratteristiche:

– ci permettere di affrontare le situazioni;

– ci permette di metterci in salvo.

– l’intesità e la durata sono gesitibili e non abbiamo la percezione di perdere il controllo.

L’ansia cattiva

Veniamo ora all’ansia “cattiva” o patologica,che invece ha questo volto:

– è disadditiva, distruttiva, blocca il soggetto, impedendogli di prendere decisioni. Ad esempio lo studente bloccato che non riesce a dare esami;

– è intensa, pervasiva;

– è duratura.

Il soggetto è spaventato, teme di perdere il controllo e si sente impotente e in balia di questo stato. Si possono avere attacchi d’ansia (picchi d’ansia molto acuti) o ancor peggio attacchi di panico, durante il quale la persona esperisce una forte sensazione di morte.

L’ansia patologica causa distorsioni cognitive, come idee ossessive, aspettative catastrofiche, errori di attribuzione e causa la sovrastimolazione del sistema nervoso e degli organi ad esso collegati (Palomba, Buodo, 2004).

Solo nel caso in cui il soggetto si trovi in questa condizione è necessario richiedere l’ aiuto di un professionista.

Sarà necessario mettere a fuoco che cosa sta accadendo alla persona e per quale ragione sta così male, capire quali sono i conflitti, i bisogni e le emozioni che si nascondono dietro a questo sintomo.

Nei casi piu severi potrebbe essere necessaria anche la somministrazione di farmaci come benzodiazepine e/o antidepressivi.

Fra le terapie per la cura dell’ansia patologica, la Terapia Cognitiva è considerata fra i trattamenti più efficaci per i disturbi ansiosi.

Cinzia Gallone

Psicologa-Psicoterapeuta

Qual è la differenza tra ansia e stress?

L’ansia e lo stress sono due condizioni molto simili, ma si distinguono per alcuni aspetti fondamentali. In genere i due termini vengono usati come sinonimi, ma non lo sono. Saper riconoscere l’una e l’altra condizione non è un semplice esercizio teorico. Nella pratica, ci aiuta a definire con più precisione l’intensità o la gravità di questi malesseri.

Alla difficoltà di stabilire delle differenze tra ansia e stress si aggiunge anche il fatto che esistono diversi tipi di stress e di ansia. Talvolta la classificazione parte dall’intensità dei sintomi. Ad esempio, si parla di stress cronico o di ansia generalizzata. Altre volte, invece, si stabiliscono le varie categorie di malessere in base alla fonte o al fattore scatenante. Ad esempio, stress lavorativo o ansia da abbandono.

Ci sono elementi comuni a tutte le forme di stress e lo stesso vale per l’ansia. Per chiarire tutto questo, vediamo le principali differenze tra stress e ansia.

Le cause dello stress e dell’ansia sono diverse. Nel caso dello stress, la causa scatenante è facilmente identificabile. Si verifica quando una persona deve affrontare una determinata situazione, ma non ha, o non crede di avere, le risorse per farlo. Lo stesso vale quando deve svolgere un’attività o qualsiasi altro compito. L’ansia, invece, ha un’origine più diffusa. La minaccia o il pericolo molte volte non sono identificabili. Di fatto, in molti casi, non c’è una ragione obiettiva che spieghi questo stato di inquietudine, tuttavia lo si prova ugualmente. D’altra parte, l’ansia è molto sensibile al condizionamento e all’anticipazione e può essere una conseguenza dello stress (pressione).

Un altro elemento che distingue lo stress dall’ansia riguarda le emozioni o le sensazioni predominanti. Nel caso dello stress, è frequente soprattutto la preoccupazione. Può essere definita come uno stato in cui si mescolano nervosismo e frustrazione. Può includere irritabilità e, a volte, anche tristezza.

Nel caso dell’ansia, l’emozione predominante è la paura. Si tratta di una sensazione di pericolo imminente che tende a crescere come una palla di neve che poi diventa una valanga. È un’emozione invasiva che si estende e perdura, generando grande malessere nello stato d’animo. La paura porta alla perplessità e, in casi più gravi, ad un vero e proprio blocco o paralisi.

I fattori scatenanti

In generale, lo stress dipende da fattori esterni, mentre l’ansia da fattori interiori. Non è sempre facile distinguere gli uni dagli altri. Quello che fa la differenza è la presenza di uno stimolo estraneo all’individuo o meno a seconda del caso.

Lo stress si manifesta in presenza di fatti o situazioni specifici che riguardano l’ambiente in cui si vive. Può essere il lavoro, un’attività particolare, il trasferimento in un determinato posto, ecc. L’ansia, invece, dipende dalla persona che la prova, la quale crea e alimenta pensieri catastrofici e sensazioni angosciose, indipendentemente dall’ambiente circostante.

La percezione del tempo

Dicono che lo stress sia un eccesso di presente, mentre l’ansia un eccesso di futuro. Per chi è sotto stress, il presente sembra infinito. Crede di non poter uscire dalla situazione in cui si sente intrappolato. Non vede il modo di cambiare ciò che lo preoccupa. Si sente come se fosse condannato a soffrire l’impatto di un determinato stimolo.

In caso di ansia, la persona ha paura di ciò che potrebbe accadere, ma che non è accaduto. Questa cosa potrebbe anche essersi verificata, ma la persona in questione non ha alcun potere di controllo. Molte volte non sa nemmeno di cosa si tratta. Semplicemente anticipa tutte le possibili cose negative o catastrofiche. L’ansioso non riesce ad essere obiettivo verso il presente perché vive in funzione di qualcosa di “terribile” che accadrà o che è accaduta e fantastica sulle conseguenze senza possibilità di intervento.

La scomparsa dei sintomi

Se ciò che causa stress ad una persona è la visita dal dentista, una volta fatta, l’inquietudine sparirà. Questa è una caratteristica distintiva dello stress: scompare quando viene meno lo stimolo, si supera la situazione conflittuale o si risolve la difficoltà.

L’ansia, invece, tende a perdurare. Tornando all’esempio fatto in precedenza, se una persona ansiosa va dal dentista, la sua paura non scompare una volta terminata la visita. Immagina di poter perdere tutti i denti o che il suo problema è solo il sintomo di una malattia ben più grave che sta cominciando a svilupparsi. L’ansia si alimenta di un’immaginazione esagerata e negativa.

In definitiva, conoscere le somiglianze e le differenze tra ansia e stress è un modo per identificare meglio il problema o il malessere che vi affligge davvero. Se lo stress dura a lungo, l’ideale sarebbe chiedere aiuto, perché significa che non riuscite a risolvere una situazione conflittuale che vi sta facendo male. È consigliabile anche consultare uno specialista se credete di soffrire di ansia, una paura che sembra non avere capo né coda.

Articolo tratto dal blog La mente è meravigliosa. Clicca qui per leggere l’articolo.

Risolvere o accettare?

L’obiettivo della psicoterapia da raggiungere è quello di smussare gli aspetti problematici accettando e rendendo tollerabile ciò che risulta intollerabile.

Quello che possiamo ragionevolmente promettere ai pazienti è lo smussamento degli angoli, un migliore adattamento esistenziale ma il miracolo inverso alla quadratura del cerchio che non ho mai sentito dire ma potrebbe chiamarsi la cerchiatura del quadrato, non è affatto detto che avvenga dipendendo anche da molteplici fattori esterni alla psicoterapia.

Risolvere o accettare se stessi?
A volte già per telefono al momento di prendere l’appuntamento o nella prima seduta o, al più tardi, dopo i primi incontri di assessment arriva la fatidica domanda “lei, dottore, pensa che riuscirò a risolvere questi problemi, potrò davvero guarire?” L’angoscia e l’urgenza che la accompagna è proporzionale sia alla durata del disturbo che ai tentativi di terapia già tentati.

Traspare spesso scoraggiamento e rassegnazione che il terapeuta può sentire come sfiducia nei suoi confronti e pessima premessa per il lavoro da iniziare. Per questo rischia di mostrarsi esageratamente fiducioso e ottimista promettendo facili successi che il paziente peraltro ha già verificato su internet essere poco probabili.

In primo luogo va evitato di criticare i precedenti curanti ( cosa che mi capita di ascoltare frequentemente come paziente) definendoli incapaci e in malafede e ponendosi come il salvatore della patria. Sarete i primi della lista quando riferirà di voi al prossimo terapeuta. Utile è rimandare la risposta al momento della restituzione dell’assessment in sede contrattuale quando sarà più chiaro il problema e l’adesione del paziente al metodo di lavoro illustrato.
La stessa domanda si ripresenterà più avanti in momenti di bilancio del lavoro svolto magari associata al riconoscimento di quanto raggiunto “indubbiamente, dottore, sto molto meglio ma ho proprio l’impressione che certe cose non cambieranno mai, non credo dottore che chi nasce quadrato possa morire tondo”. La risposta stizzita che una volta mi scappò di getto di fronte a questa geometrica metafora della nostra impotenza fu “ Il problema è perchè a chi nasce quadrato non sta bene di avere 4 lati e 4 angoli retti” che poi articolai dicendogli “credo che gli spigoli potremo smussarli ma certamente anche io non credo che sarà mai un cerchio di Giotto, ma il problema è vederne i vantaggi e le opportunità e non accanirsi in un rifiuto della propria natura che, in parte genetica, in parte appresa è comunque un modo di stare al mondo che le ha garantito finora la sopravvivenza.”

Accettazione: rendere tollerabile ciò che risulta intollerabile
Introduco così al paziente il tema del problema secondario che, ricordo, i vecchi maestri che mi hanno insegnato la RET dicevano fosse la prima cosa da affrontare e che, mi perdonino per la semplificazione gli amici teorici di questo approccio, rappresenta il focus di intervento della recente “terapia metacognitiva”. Ricordo con vividezza il grande Cesare De Silvestri raccomandarci di esplorare in prima seduta come il paziente si rappresentava la sua vita futura se il sintomo non fosse stato risolto. Qualora il paziente avesse risposto che non voleva neppure pensarci, che lo riteneva intollerabile, il primo lavoro da fare era proprio quella di rendere più articolata, costruita, pensabile e dunque meno spaventosa questa prospettiva.

Rifacendoci alla precedente distinzione tra psicoterapia normale e rivoluzionaria, quello che possiamo ragionevolmente promettere è lo smussamento degli angoli, un migliore adattamento esistenziale ma il miracolo inverso alla quadratura del cerchio che non ho mai sentito dire ma potrebbe chiamarsi la cerchiatura del quadrato, non è affatto detto che avvenga dipendendo anche da molteplici fattori esterni alla psicoterapia.

Immagino la delusione nei vostri occhi che rispecchiano la stessa emozione nello sguardo del paziente che aggiungerà “allora mi devo rassegnare?” Cercherò ora di argomentare che non di rassegnazione si tratta ma di accettazione e che essa rappresenta una forma di guarigione ben più profonda e solida.
Parto da un esempio clinico “i disturbi d’ansia” nei quali l’accettazione prende il nome più specifico di “accettazione del rischio”. In tutti, c’è il timore del verificarsi di un evento ritenuto molto probabile e assolutamente catastrofico ed intollerabile. Un intervento magari rapido ma certamente di basso livello e scarsamente risolutivo si muove nell’ordine della rassicurazione che già parenti e amici hanno inutilmente tentato. Si tratta in sostanza con l’autorevolezza che il ruolo ci conferisce e la competenza che ci consente di evidenziare i bias cognitivi all’opera di dimostrare al paziente che sovrastima enormemente la possibilità che l’evento temuto si verifichi realmente. Detto in parole povere “tranquillo non accadrà”, evidente bugia a meno che non abbiate capacità divinatorie e perigliosa illusione che può spingere il paziente ancora di più sulla scivolosa strada della ricerca della certezza assoluta.

Nessuno può garantire che un certo evento non accada. Un intervento più profondo che un tempo chiamavamo con parola impronunciabile “decatastrofizzazione” sostituibile con la più foneticamente semplice “accettazione” consiste invece nel considerare l’ipotesi negativa e renderla meno impensabile. Si tratta di costruire gli scenari del presunto “day after” per renderlo meno catastrofico per quanto sgradevole. Lo si può fare partendo dall’osservazione di altri che stanno vivendo la stessa situazione. Da ricordi personali in cui si è vissuto qualcosa di analogo per arrivare poi a sperimentarlo con compiti prima immaginativi e poi in vivo. Si può far ossevare anche il fatto che tutti gli esseri umani quando si trovano davvero in una situazione che ritenevano intollerabile ( sia essa una grave malattia, una invalidità o un lutto) sanno cavarsela trovando risorse insperate e scoprendo che “il diavolo non è poi così brutto come lo si dipinge”).

Persino i lamentosi ipocondriaci quando arriva la loro ora mostrano freddezza e dignità insospettabili. Ora tra due bambini che hanno paura del buio direste che è guarito di più quello che si è convinto che la luce non se ne andrà mai, o quello che si è fatto persuaso che nel buio non c’è niente di pericoloso ma solo molte scomodità? Per dirla in termini più teorici mentre la rassicurazione si muove a livello delle strategie previsionali e di fuga per evitare di finire nell’antiscopo ( l’evento temuto), l’accettazione tende a non renderlo più tale declassificandolo a stato non preferito. Ogni antiscopo o come altro lo si voglia chiamare (stato doloroso, punto di fuga, area taboo, ombra) viene eliminato rendendo inutili le strategie coatte ( spesso appunto i sintomi) che si attuavano per starne alla larga e si aumentano i gradi di libertà della persona di decidere la propria vita e questo è il massimo successo della psicoterapia.

 

Tratto dalla rubrica “Ciottoli di Psicopatologia generale” pubblicata sul sito “State of Mind” al seguente link: clicca qui per l’articolo completo.

 

 

Tenere lo stress sotto controllo

Prendersi cura del proprio benessere psichico significa anche prendersi cura del proprio corpo, insegnamento che viene già dai latini nel motto “Mens sana in corpore sano”.

Cosa significa esattamente? Stress, ansia, forti emozioni, dolore, paura non solo ci fanno stare male a livello psicologico ma anche a livello fisico e nella maggior parte delle persone a risentirne è l’apparato digerente. Nell’intestino risiede un vero e proprio sistema nervoso enterico che regola tutte le funzioni della digestione. Al passaggio del cibo, le cellule dell’intestino inviano numerosi segnali al cervello. Questo sistema nervoso presente nell’intestino, tuttavia, non reagisce solamente al cibo ma anche alle sensazioni e alle emozioni che si ricevono dall’esterno. Ecco che spesso i disordini intestinali – colite, meteorismo, “il provare un blocco allo stomaco” – sono strettamente legati alle variazioni dell’umore.

Piccole azioni possono evitare l’insorgere di questi problemi:

  • concedersi sempre le giuste ore di sonno;
  • evitare di rimuginare troppo sulle esperienze negative o sulle cose da fare;
  • cercare sempre di ritagliarsi dei momenti per sé e per chi si ama, rilassandosi, uscendo all’aria aperta, facendo attività fisica, dedicandosi ai propri hobby;
  • un’attività creativa o sportiva può aiutare a liberarsi dallo stress accumulato durante il giorno, a differenza del restare passivi davanti alla tv, che può invece aumentare l’insofferenza, la noia, il malumore, i pensieri negativi.

Meno stress permette di stare meglio e previene l’insorgere dell’ansia in situazioni di disagio, aiutando a controllare meglio le proprie reazioni negative.

 

zen