Il Big Eating o Alimentazione Incontrollata: di cosa si tratta

I disturbi alimentari sono patologie purtroppo molto diffuse in questo momento storico. Termini come anoressia e bulimia sono ormai entrati a far parte, a volte in modo improprio, anche del nostro linguaggio comune: questo per sottolineare che, prima di autodiagnosticarsi qualche forma di patologia, è fondamentale rivolgersi a uno specialista.
Negli ultimi anni altre forme di disagio alimentare si stanno diffondendo, apparentemente meno gravi e aggressive. Una di quelle il Big Eating o Alimentazione Incontrollata.
Le persone che ne soffrono si alimentano in maniera incontrollata, mangiando velocemente e con gran voracità fino ad essere totalmente sazie.
È una patologia più diffusa fra le donne rispetto agli uomini, di età compresa fra i trenta e quaranta anni.
Il Big Eating è stato annoverato fra i disturbi alimentari classificato nel DSM- V e fra i criteri diagnostici troviamo:
– ricche abbuffate, almeno due volte alla settimana, nel corso di sei mesi;
– le abbuffate avvengo in solitudine;
– non ci sono comportamenti di compensazione, come vomito, intenso esercizio fisico, lassativi.
Spesso le persone che ne soffrono usano il cibo come antidepressivo naturale – d’altro canto mangiare cose che ci piacciono rilascia la serotonina – sono spesso insoddisfatte, perfezioniste, con bassa autostima e pensano che ciò che fanno non è mai abbastanza, loro stessi non sono “abbastanza”.
Le emozioni che raccontano di provare prima di un abbuffata sono la noia, il senso di solitudine, la rabbia e la frustrazione.
Cosa fare se pensate di soffrire di questo disturbo o se un vostro familiare ne soffre?
In primo luogo rivolgersi a un professionista. Si tratta di un problema espressamente psicologico, nel quale il trattamento con la Terapia Cognitivo Comportamentale ha dato buoni risultati.
Dopo una fase di conoscenza e assessment, è utile lavorare sull’autostima della persona e aiutarla a prendere coscienza del proprio problema e del disagio che manifesta attraverso il rapporto con il cibo.
Il paziente va supportato nel riconoscere, differenziare e regolare meglio gli stati emotivi misconosciuti, a volte negati, che lo inducono a mangiare. Ad esempio, se la persona è arrabbiata, è importante focalizzare le ragioni della sua rabbia e aiutarla a riconoscere questa condizione.
Può essere opportuna anche una consulenza con un nutrizionista, per avere alcune informazioni di educazione alimentare.
Dott.ssa Cinzia Gallone,
psicologa-psicoterapeuta
Via Migliara 20, Torino (TO)
