“Non riusciamo più a parlare: Chi sei?”

Passano gli anni, la quantità di tempo che si trascorre insieme aumenta, ma diventa sempre piu difficile comunicare,ci si sente soli, lontani pur essendo in coppia e vivendo insieme.

Spesso le coppie o i singoli che si rivolgono a uno psicoterapeuta lamentano difficolta di comunicazione o peggio non sono coscienti di “non comunicare”: non ne abbiamo mai parlato, non so cosa ne pensa o se gli piace, non riesco a confidarmi, temo di essere attacato.

Queste sono alcune delle frasi che spesso le persone mi dicono.

La curiosità, l’apertura e l’accoglienza verso l’altro, propria delle fasi iniziali – il momento della relazione in cui si desidera costruire un “Noi”, avvicinadosi all’altro con una maggiore disposizione ad accogliere anche ciò che non piace – sembra venire meno.

Ci si allontana, si diventa evitanti, si danno per scontanto molti aspetti dell’altro, si prova “fastidio”, risentimento per alcuni comportamenti che non piacciono o che non si capiscono, sentendo a volte la necessità di difendersi o tenere la “guardia alta”, come se all’interno della coppia si fosse sempre in guerra.

Ma quali sono i comportamenti e i fattori che possono aiutare a mantenere o a ripristinare una buona comunicazione di coppia?

  1. come primo aspetto direi ovviamente l’essere disposti a un ascolto autentico e empatico, non avendo fretta e necessità di prevalere spostando la comunicazione su un piano agonistico;

  2. cercare di riconoscere i propri errori e sapersi mettere in discussione;

  3. tentare di non essere giudicanti o quanto meno sospendere il proprio giudizio sull’operato dell’altro ,anche se non lo si condivide o comprende;

  4. essere curiosi, tenendo sempre presente che, anche se è tanto tempo che ci si conosce e tanto si è condiviso, l’altro è pur sempre tale.

Tutti noi siamo in continua evoluzione, per cui è necessario cercare di rivolgersi al nostro compagno/a senza dare per scontato di “sapere” tutto.

Se ritenete di aver bisogno di un aiuto professionale per recuperare e costrutire una buona capacità comunicativa potete rivolgervi alla dott.ssa Cinzia Gallone al 320 0839148 o cliccare su questo form di contatto.

Il nostro cervello

In questo articolo andiamo a parlare, in maniera semplice e divulgativa, del nostro cervello e del suo funzionamento, con particolare riferimento agli aspetti psicologici del funzionamento o malfunzionamento del “computer” del nostro corpo. Cerchiamo di comprendere cosa sono e che funzione hanno i lobi frontali, la corteccia frontale, la corteccia prefrontale, la corteccia somatosensoriale e il lobo parietale.

I lobi frontali costituiscono la parte del cervello umano più estesa, si trovano nella corteccia frontale, suddivisa in corteccia prefrontale e motoria

I lobi frontali costituiscono la parte del cervello più estesa negli esseri umani e rappresentano anche l’area ontogeneticamente e filogeneticamente più giovane. I lobi frontali occupano la porzione anteriore dell’emisfero cerebrale e costituiscono la parte anteriore del cervello.

Sulla parte laterale del lobo frontale sono da rilevare due aree, la motoria primaria, localizzata nella circonvoluzione precentrale;,e l’area di Broca, corrispondente all’opercolo della circonvoluzione frontale inferiore, sede del principale centro per la coordinazione motoria del linguaggio.

La corteccia frontale

La corteccia frontale è suddivisa in: corteccia motoria che comprende l’Area Motoria Primaria e le aree motorie non-primarie (area premotoria e area supplementare motoria) e la corteccia prefrontale che ha connessioni reciproche con tutti i sistemi sensoriali e motori, sia corticali che sottocorticali.

Inoltre la corteccia prefrontale è interconnessa con strutture coinvolte nella memoria, regolazione delle emozioni e rinforzi, sia positivi che negativi.

Grazie all’ampia rete di connessioni anatomiche, la corteccia prefrontale ha accesso ad una varietà di informazioni interne ed esterne all’organismo. La corteccia prefrontale opera la sintesi di queste varie informazioni allo scopo di regolare una gamma di processi mentali e comportamenti. Essi sono connessi con le aree posteriori cerebrali mediante fibre di associazione intraemisferiche e intervengono in complessi circuiti neuronali, unitamente alle strutture subcorticali quali il talamo, l’amigdala, i gangli della base e il cervelletto.

La corteccia prefrontale

La corteccia prefrontale occupa la parte più rostrale dei lobi frontali e costituisce una vasta area che si collega alle aree motorie, percettive e limbiche del cervello.

La corteccia prefrontale svolge un ruolo fondamentale nei processi cognitivi e nella regolazione del comportamento e, grazie alle connessioni con diverse aree corticali, risulta essere il substrato neuroanatomico delle funzioni esecutive: pianificazione, attuazione e conclusione di comportamenti diretti ad uno scopo attraverso azioni coordinate e strategiche, integrazione e sintesi di informazioni, organizzazione, regolazione del comportamento emotivo. Inoltre, le connessioni con le aree limbiche determinano i processi di riconoscimento e gestione delle emozioni. Le funzioni esecutive sono legate all’apprendimento di nuove esperienze, alla pianificazione, al decision making, all’apprendimento di nuovi comportamenti derivanti da una sequenza di azioni, etc.

Lesioni a carico di questa area portano al manifestarsi di sindromi disesecutive, ovvero deficit a carico delle funzioni esecutive, quali perdita di iniziativa, apatia, lentezza nell’iniziare azioni, comportamenti di perseverazione, risposte emozionali ridotte oppure disinibizione, euforia, impulsività e deficit a livello cognitivo, come disturbi a carico della memoria di lavoro, deficit di pianificazione, incapacità di usare strategie e perdita dell’attenzione.

La corteccia prefrontale si connette attraverso una serie di fascicoli ai gangli della base e il talamo. Danni a carico di queste strutture porta al manifestarsi di disturbi motori, deficit esecutivi e compromissione della motivazione e della personalità.

La corteccia prefrontale si suddivide principalmente in due regioni: la corteccia dorsolaterale e la corteccia orbitofrontale.

La corteccia prefrontale dorsolaterale

La corteccia dorsolaterale è una delle componenti principali dei processi esecutivi, quali comportamento strategico, pianificazione, astrazione e flessibilità cognitiva, e working memory. La working memory, in particolare, è una memoria a breve termine che permette l’immagazzinamento di informazioni in entrata e allo stesso tempo il loro recupero dalla memoria a lungo termine. La working memory è fondamentale nella pianificazione dell’azione, e consente di recuperare le conoscenze passate, e le loro rappresentazioni, depositate nella memoria a lungo termine, utilizzandole nel dirigere il comportamento presente. Quando questa capacità è compromessa, non si è più in grado di orientare il comportamento verso uno scopo attraverso azioni coordinate e strategiche. Inoltre, risulta essere deficitaria anche la capacità di monitorare il decorso dell’azione volta a passare da un piano all’altro e, di conseguenza, il comportamento messo in atto appare caotico, confuso, rigido.

I soggetti con lesioni della corteccia prefrontale dorsolaterale presentano i comportamenti perseverativi: non riescono a ricordare le esperienze passate e di conseguenza continuano a comportarsi nel medesimo modo reiterando il comportamento.

La corteccia orbitofrontale

La corteccia orbitofrontale o ventromediale è coinvolta nei processi di riconoscimento emotivo e di decisione mantenendo in memoria l’associazione fra uno stimolo familiare e la risposta considerata gratificante per il soggetto.

La corteccia orbitofrontale mette insieme le esperienze interne e quelle esterne, permette di compiere una valutazione sociale istantanea che consente di agire in base alle circostanze.

Inoltre, la divisione ventromediale si attiverebbe quando l’individuo deve operare una decisione in mancanza di molte informazioni esterne, quindi deve prendere decisioni basandosi maggiormente sulla sensazione più che sulle conseguenze logiche.

Il ruolo dell’intera corteccia orbitofrontale è quello di regolare una vasta gamma di comportamenti sociali.

Il lobo orbitofrontale presenta una enorme rete di proiezioni che si estende nei centri emotivi, permettendo di modulare le reazioni emotive. Una delle funzioni primarie di queste reti sembra essere quella di inibire le reazioni emotive, coordinandole con gli stimoli provenienti dal mondo esterno per rendere le azioni adeguate al contesto.

Inoltre, la corteccia orbitofrontale sembra essere coinvolta nei processi di problem solving.

I pazienti con lesioni nella regione ventromediale, mostrano incapacità di gestione della vita quotidiana e deficit nella regolazione di comportamenti socialmente adattivi.

Alcuni non sono capaci di prendere decisioni poiché non integrano le informazioni emotive e sociali, per questo è possibile che risultino incapaci di fare scelte appropriate alle circostanze e di modulare il comportamento in modo adattivo nel rispetto delle norme sociali.

Suddivisione funzionale della corteccia prefrontale

La corteccia prefrontale può essere suddivisa, inoltre, a livello funzionale in porzione di destra, sede delle emozioni negative, e la parte sinistra legata alle emozioni positive. Esse si attivano in maniera asimmetrica in risposta a emozioni e stati diversi in situazioni sociali diverse (Davidson, 2002).

Davidson ha elaborato la teoria degli Stili Emozionali identificando 6 Stili fondati neurobiologicamente determinati, in quanto riflettono livelli di attività diversi riguardanti le attivazioni delle aree in questione.

Ogni dimensione ha due estremi che sono il risultato di un’attività più intensa o ridotta in quei circuiti.

Gli Stili Emozionali sono trasversali rispetto alle categorie diagnostiche dei Disturbi Psichici e rappresentano caratteristiche sottostanti le manifestazioni psicologiche che ne condizionano l’espressività.

La corteccia somatosensoriale

La corteccia somatosensoriale, nota anche come area S1, è situata nel lobo parietale del cervello ed è imputata alla ricezione degli stimoli sensoriali. Ogni area sensoriale possiede una mappa somatotopica chiamata homunculus sensoriale.

L’homunculus della corteccia somatosensoriale primaria consiste in una rappresentazione non proporzionata del corpo umano, a esempio la bocca e le dita sono grandi, poiché ci sono molti neuroni sensibili a queste parti del corpo imputati alla ricezione degli stimoli provenienti da esse, mentre il tronco e gli arti sono piccole, poiché esistono meno neuroni adibiti alla sensibilità di queste parti.

Le principali funzioni svolte dell’area S1 sono: la localizzazione dello stimolo periferico, la valutazione dell’intensità dello stimolo, la propriocettività e il riconoscimento della forma degli oggetti

Dolore localizzato e dolore riferito

Gli stimoli percepiti dai nocicettori di alcuni organi interni, a esempio il cuore, possono convergere sulle vie del dolore che trasportano le informazioni provenienti dalla cute. Il dolore, però, può assumere due diverse connotazioni. Esso può essere localizzato o riflesso e rappresenta il dolore reale relativo un distretto anatomico specifico, ad esempio la mano o la coscia; mentre si definisce riferito quando si traduce da un organo interno a un altro distretto del corpo. In caso di amputazione di un dito, o di un arto in generale, si è visto che la corteccia adibita al dito amputato risponde comunque alla stimolazione delle dita vicine. Queste sensazioni che provengono dall’arto mancante è definita dell’arto fantasma. Il fenomeno dell’arto fantasma si verifica perché nella corteccia sopravvive la rappresentazione dell’arto deafferentato, nonostante l’amputazione di un arto induce cambiamenti plastici nella corteccia adiacente a quella addetta all’arto mancante portando al verificarsi del fenomeno dell’invasione. La sensazione dell’arto fantasma è una consapevolezza non dolorosa dell’arto amputato, talvolta accompagnata da lievi parestesie, sensazione di formicolio, bruciore, etc. La maggior parte degli amputati avverte questa sensazione per mesi o anni, ma essa di solito scompare senza trattamento; in altri soggetti perdura il dolore, dovuto al mal riorganizzazione del sistema deafferentato che ha quindi attività anomala. La sensazione dell’arto fantasma non è pericolosa; tuttavia gli amputati, senza pensarci, spesso tentano di alzarsi con entrambe le gambe e cadono, soprattutto quando si svegliano durante la notte. Il dolore dell’arto fantasma si verifica più frequentemente se il paziente presenta una condizione dolorosa prima dell’amputazione o se il dolore non è stato adeguatamente controllato.

Vari trattamenti, come gli esercizi simultanei dell’arto amputato e di quello controlaterale, il massaggio del moncone, la percussione del moncone con le dita, l’uso di vibrazioni e gli ultrasuoni sono utili, come anche alcuni farmaci tipo gli antidepressivi triciclici e la carbamazepina.

Il lobo parietale

Il lobo parietale posteriore che ospita l’area S1 è un’area associativa, in cui flussi semplici e separati di informazioni sensoriali convergono per generare rappresentazioni neurali particolarmente complesse. I suoi neuroni hanno ampi campi percettivi i cui stimoli preferenziali sono difficili da caratterizzare, poiché complessi. Questa area è correlata non solo alla sensazione somatica, ma anche agli stimoli visivi e alla pianificazione del movimento.

Un danno alle aree parietali posteriori può generare particolari disordini neurologici. Ricordiamo l’agnosia, cioè l’incapacità di riconoscere gli oggetti anche se le capacità sensoriali di base appaiono normali. I soggetti che soffrono di stereoagnosia o agnosia tattile non riescono a riconoscere al tatto oggetti comuni anche se il loro senso del tatto è normale, nonostante non abbiano problemi a riconoscere l’oggetto con la vista o con l’udito. I deficit di solito sono limitati alla parte controlaterale rispetto alla sede del danno ed è dovuta principalmente a lesioni parietali postcentrali e parietali posteriori. Inoltre, lesioni della corteccia parietale possono anche causare la sindrome di negligenza spaziale o del neglect, nella quale una parte del corpo o del mondo è ignorata o soppressa, al punto di negarne l’esistenza.

In generale la corteccia parietale posteriore sembra essenziale per la percezione ed interpretazione delle relazioni spaziali, per un’esatta rappresentazione del proprio corpo e per l’apprendimento delle funzioni coinvolte nella coordinazione del corpo nello spazio. Ciò richiede una complessa integrazione delle informazioni somatosensoriali con quelle di altri sistemi, in particolare del sistema visivo.

Testo tratto da due articoli di Francesca Fiore, realizzati in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano, e pubblicati dal blog State of Mind.

Dove sono i genitori “sufficientemente buoni”?

Nelle sale cinematografiche di questo Natale è trasmesso un film russo dal titolo “Loveless”. È la storia di Zhenya e Boris, che hanno deciso di divorziare, e del loro figlio dodicenne, Alyosha, che è un “peso” per entrambi i genitori
Ma perché vi sto parlando di un film? Perché il regista, Andrey Zvyagintsev, ci propone una lettura della condizione attuale del proprio paese filtrata attraverso le vicende di persone comuni. Che in fondo racconta la condizione sociale un po’ di tutto l’Occidente.
La pellicola ci propone uno sguardo privo di qualsiasi pietà nei confronti di una generazione genitoriale che ha perso qualsiasi senso di responsabilità e di consapevolezza del proprio ruolo.
Adulti troppo presi da se stessi, che si dividono fra un selfie e un dialogo vuoto, per i quali qualsiasi ostacolo al loro bisogno di affermazione va elimato, e se l’ostacolo è un figlio dodicenne allora ci si sbarazza anche di lui, al punto di volerlo mettere in istituto.
Non c’è amore dedicato, incondizionato, non c’è accudimento, non c’è protezione,non c’è empatia.
Non ritroviamo nulla di ciò che dovrebbe caratterizzare la relazione fra genitori e figli, solo rabbia, tristezza e solitudine.
Una corsa senza senso, senza amore, che impedisce di far crescere nel modo appropriato le nuove generazioni.
Questo è un film che ci fa riflettere su quanto, ai giorni nostri, interessarsi veramente del bene e dei bisogni di qualcuno sembra essere diventato impossibile, anche se quel qualcuno è nostro figlio.
Il dodicenne Alyosha non “appartiene” a nessuno, nessuno lo vuole, e allora se ne va, scappa di casa, ma neanche così i genitori non riescono a fermarsi e a cambiare, continuando imperterriti la loro corsa esistenziale priva di significato.
Lo psicoanalista Donald Woods Winnicott diceva che basterebbe essere genitori “sufficientemente buoni”
Si può affermare che Zhenya e Boris non riescono proprio esserlo, purtroppo come molti altri adulti e genitori, vittime di loro stessi.

Un film sull’anoressia vince il TFF

Sabato 2 dicembre si è chiusa la trentacinquesima edizione del Torino Film Festival, quest’anno vinta da un film israeliano che tratta la tematica dell’anoressia e della psicosi. “Al tishkechi oti” il titolo originale in ebraico, “Don’t Forget Me” in inglese, del regista Ram Nehari,  racconta la storia di Tom, afflitta da un disturbo alimentare e ricoverata in clinica, alla quale è tornato il ciclo mestruale. Quando il dottore le dice che è un buon segno perché significa che le sue condizioni stanno migliorando, sprofonda nel panico: l’idea di riacquistare i chili perduti la spaventa a morte. Sembrerebbe un giorno da dimenticare, ma l’incontro con Neil, suonatore di trombone con problemi psichiatrici, cambia tutto. Tra i due nasce una fortissima intesa, cementata dalla voglia comune di sfuggire a tutto ciò che viene ritenuto socialmente accettabile. Il film è di un forte realismo e tratteggia con intensità emotiva i tratti del disagio vissuto dalla ragazza e il suo disturbo psicologico, in una chiave diversa dalla filmografia sinora vista sul tema dell’anoressia, mettendo al centro della narrazione proprio il vissuto della giovane. Un film, che se verrà distribuito nelle sale italiane prossimamente, consiglio vivamente di andare a vedere.

 

Psicoterapia e richiesta di aiuto

Iniziare una psicoterapia dipende dalla capacità di riconoscere un “problema”, una fragilità, e chiedere aiuto è l’azione necessaria.

Vorrei inziare con il chiarire alcuni aspetti di questi passaggi.

Innanzitutto, il riconoscere di avere un problema non vuole dire “essere malati” e tantomeno “pazzi”, piuttosto significa che qualcosa nella nostra vita affettiva, relazionale o lavorativa non ci gratifica come vorremmo e la psicoterapia può essere un’occasione di cambiamento.

Chiedere aiuto non significa non essere abbastanza capaci e forti e non vuole dire essere inadeguati. Pensare che non si debbano mostrare le fragilità e che si debba sempre essere perfettamente autonomi dal punto di vista emotivo rende impossibile il cambiamento.

Chiedere può apparire in contrasto con i valori della società attuale, che cerca di trasmettere attraverso i media e la pubblicità la necessità di essere in grado di risolvere tutto da soli e che il male emotivo è solo una mancanza di volontà o una “sceneggiata”.

Ma non è affatto così! Mettere in discussione schemi comportamentali appresi da tempo e le attribuzioni di significato è sempre un’occasione per creare scenari alternativi, che possono aumentare il nostro grado di benessere.

Attraversare momenti di difficoltà è inevitabile nel corso della vita e provare emozioni come ansia, tristezza, rabbia può fare entrare in veri e propri circoli viziosi all’interno dei quali è difficile recuperare le proprie risorse.

La psicoterapia è un’occasione di lavoro attraverso cui uscire da questi circoli viziosi e ritrovare le risorse che ognuno di noi ha dentro di sé.

Per avere maggiori informazioni potete rivolgervi alla dott.ssa Cinzia Gallone al 320 0839148. Riceve su appuntamento a Torino nel suo studio di via Migliara 20.

Di che genere di ansia soffro?

 

Frequentavo la scuola di specializzazione a indirizzo cognitivista e durante una lezione un professore ci disse: “L’ansia è come il fegato, tutti ce l’abbiamo, per cui dire ho l’ansia non vuol dire nulla, anzi per fortuna che ce l’abbiamo, come per fortuna che abbiamo il fegato. E’ necessario capire è di che tipo di ansia si tratta e quale tipo di conflitti e emozioni nasconde?”

L’ansia può essere normale e adattiva. Questo stato di attivazione psico-fisica può servirici ad affrontare in modo più performante ed efficace le varie le situazioni che vogliamo e dobbiamo affrontare, come ad esempio l’ansia prima di un esame o prima di un colloquio di lavoro.

In altre condizoni l’esperienza ansiosa può essere funzionale o addirittura salvifica quando si presenta come una reazione d’allarme contro uno stimolo reale e conosciuto come potenzialmente pericoloso e permette all’individuo di potenziare le sue risorse e affrontare meglio il pericolo.

L’ansia “buona” ha queste due caratteristiche:

– ci permettere di affrontare le situazioni;

– ci permette di metterci in salvo.

– l’intesità e la durata sono gesitibili e non abbiamo la percezione di perdere il controllo.

L’ansia cattiva

Veniamo ora all’ansia “cattiva” o patologica,che invece ha questo volto:

– è disadditiva, distruttiva, blocca il soggetto, impedendogli di prendere decisioni. Ad esempio lo studente bloccato che non riesce a dare esami;

– è intensa, pervasiva;

– è duratura.

Il soggetto è spaventato, teme di perdere il controllo e si sente impotente e in balia di questo stato. Si possono avere attacchi d’ansia (picchi d’ansia molto acuti) o ancor peggio attacchi di panico, durante il quale la persona esperisce una forte sensazione di morte.

L’ansia patologica causa distorsioni cognitive, come idee ossessive, aspettative catastrofiche, errori di attribuzione e causa la sovrastimolazione del sistema nervoso e degli organi ad esso collegati (Palomba, Buodo, 2004).

Solo nel caso in cui il soggetto si trovi in questa condizione è necessario richiedere l’ aiuto di un professionista.

Sarà necessario mettere a fuoco che cosa sta accadendo alla persona e per quale ragione sta così male, capire quali sono i conflitti, i bisogni e le emozioni che si nascondono dietro a questo sintomo.

Nei casi piu severi potrebbe essere necessaria anche la somministrazione di farmaci come benzodiazepine e/o antidepressivi.

Fra le terapie per la cura dell’ansia patologica, la Terapia Cognitiva è considerata fra i trattamenti più efficaci per i disturbi ansiosi.

Cinzia Gallone

Psicologa-Psicoterapeuta