I conflitti interiori che logorano l’organismo

Mi capita di leggere degli articoli su Internet e trovarli particolarmente interessanti. E’ il caso di questo che ho trovato sul blog “Psicoadvisor” sul tema delle malattie psicosomatiche e ho deciso di condividerlo. Dalla lettura possono emergere diversi spunti di riflessione. Se qualcuno si ritrovasse nelle sintomatologie descritte, vi è ampia possibilità di lavorarci, per raggiungere decisi miglioramenti nella propria condizione di vita, attraverso un ciclo di psicoterapia (Dott.ssa Cinzia Gallone).

 

Un rapporto sbagliato, una paura inespressa, una separazione, insoddisfazioni protratte sul posto di lavoro… Sono tutte condizioni che possono generare ansia, malinconia, tristezza ma anche malattie psicosomatiche.

I sentimenti e le emozioni, soprattutto quando lavorano silenti a livello inconscio, possono manifestarsi con disturbi fisici e questa non è solo una teoria ma la base su cui vertono discipline affermate come la medicina psicosomatica e la psiconeuroendocrinoimmunologia.

 

Il rapporto tra Mente e Corpo: fisiologia delle emozioni

Il nostro organismo è un sistema in cui ogni parte comunica con le altre mediante canali bidirezionali.

Mente e corpo non sono due mondi separati, sono due parti in continua influenza reciproca; due parti che contribuiscono alla salute (o alla malattia) del medesimo sistema.

Si è rilevato che, al variare degli stati di coscienza, come, per esempio, nella meditazione o nelle situazioni di stress, si producono variazioni misurabili a livello fisiologico: variazioni dei linfociti, cambiamenti a livello del sistema endocrino e variazioni del sistema gastrointestinale.

La scienza ha documentato che un certo tipo di stato di coscienza, un certo tipo di pensiero, cambia parametri anche sottilissimi, come la glicemia, le endorfine, il numero di recettori per certe molecole presenti sui linfociti…. Le emozioni persistenti e i sentimenti possono addirittura cambiare la conduttanza elettrica della pelle, le onde elettromagnetiche emesse dall’organismo; un certo tipo di pensiero cambia il modo in cui la pianta del piede aderisce al suolo, cambia la nostra postura e condiziona fortemente il complesso muscolo-scheletrico. Come premesso, si tratta di una comunicazione bi-direzionale, quindi una certa postura fisica ci permette di accedere a certi stati coscienza e ad altri no.

 

Disturbi e malattie psicosomatiche: conoscerle per curarle

I sintomi psicosomatici non vanno combattuti e basta. I sintomi psicosomatici sono un segnale che ci manda il nostro inconscio per dirci di cambiare rotta, di cambiare il nostro approccio emotivo agli eventi della vita.

Non solo sintomi psicosomatici, vi sono delle vere e proprie malattie alle quali si riconosce una genesi psicologica. Non è possibile classificare o elencare le malattie psicosomatiche e i disturbi a esse associate. In ogni caso, proverò a segnalarvi le malattie che storicamente sono state sempre interpretate come a predisposizione psicosomatica.

Malattie e disturbi del sistema gastro intestinale

Colite ulcerosa, ulcera gastro-duodenale, rettocolite emorragica.

Tra i disturbi psicosomatici sono presenti gastrite cronica (gastrite nervosa), pilorospasmo, colon irritabile, stipsi, nausea, diarrea da emozioni (in genere innescata da stati d’ansia).

Malattie e sintomi del sistema respiratorio

Asma bronchiale, sindrome iperventilatoria, dispnea, singhiosso.

Malattie e sintomi psicosomatici del sistema cardiovascolare

Aritmie, crisi tachicardiche, ipertensione arteriosa essenziale, cefalea emicranica, nevrosi cardiaca.

Malattie e sintomi psicosomatici del sistema cutaneo

Eczema della pella, dermatite atopica, psoriasi, eritema pudico (quando ti dicono “uuh ti sei fatta rossa!”, rossore emozionale delle guance), acne, prurito, neurodermatosi, iperidriosi, orticaria, canizie, secchezza della cute e delle mucose, sudorazione eccessiva.

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema muscoloscheletrico

Cefalea tensiva (mal di testa), crampi muscolari, torcicollo, mialgia, artrite, dolori al rachide (cervicale e lombo-sacrale), cefalea nucale, psicosomatica della sciatalgia, problemi posturali e annesse conseguenze sull’apparato scheletrico (cifosi, lordosi…).

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema genitourinario

Disturbi minzionali, enuresi, impotenza, anaorgasmia.

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema endocrino

Ipopituitarismo, iper o ipotiroidismo, ipoglicemia, salivazione eccessiva.

 

Cosa ci comunica il nostro corpo: disturbi psicosomatici e personalità

Peso corporeo: non riesco a dimagrire

Il tema “peso corporeo” è spesso trascurato a causa di una generazione troppo giudicante che tende a stigmatizzare chi è obeso o in forte sovrappeso. Purtroppo non tutti riflettono che obesità, sovrappeso e anoressia sono la diretta conseguenza di un disagio psicologico espresso mediante un disturbo del comportamento (mangio troppo, non riesco a seguire una dieta, mangio pochissimo, non voglio nutrirmi…).

Psoriasi, dermatite atopica, prurito, orticaria e disturbi della pelle

La pelle rappresenta uno dei più importanti siti di espressione emotiva. Non tutti sanno che, durante lo sviluppo embrionale, pelle e sistema nervoso si sviluppano dal medesimo gruppo di cellule (ectoderma).

Generalmente, le persone che tendono a somatizzare malattie della pelle hanno un approccio passivo ai rapporti interpersonali. Possono avere una spiccata vulnerabilità nei rapporti sentimentali, una forte insicurezza e una bassa tolleranza allo stress. Possono essere inclini all’ansia e alle tensioni emotive. Possono essere persone facili ai sensi di colpa e che tendono a reprimere sentimenti di rabbia e aggressività che sfogano attraverso pruriti e orticarie.

Stitichezza, sindrome del colon irritabile e disturbi a carico dell’intestino

La colite è spesso l’espressione fisica di uno stress protratto nel tempo, è connessa agli stati emotivi dell’ansia e a una potenziale struttura di tipo ossessivo. Alla rettocolite ulcerosa, una malattia dell’intestino molto grave, è frequentemente correlata una forma dell’umore depresso con esperienze di perdita (reali o immaginari) e di situazioni percepite minacciose per la propria esistenza.

Chi soffre di bruciore di stomaco o gastrite nervosa potrebbe essere vittima di un atteggiamento rinunciatario e di una mancanza di fiducia nelle proprietà potenzialità. Le malattie gastriche possono esprimere disagi psicologici che vedono un forte bisogno di sicurezza e di auto-affermazione. Si tratta di persone che possono sentirsi spesso rifiutate dagli altri, profondamente frustrate da eventuali insuccessi e vulnerabili nella sfera emotiva. Sono persone che hanno difficoltà a gestire la rabbia (o la reprimono o hanno esplosioni di collera).

Tachicardia e altri disturbi dell’apparato cardo-circolatorio

I problemi cardiaci sono il punto d’arrivo di diverse sofferenze interiori croniche, prolungate e che spesso hanno origine nell’infanzia. Chi soffre di problemi a carico dell’apparato cardio-vascolare potrebbe essere una persona dipendente, vulnerabile ma che tende a negare e reprimere i suoi bisogno. Esegue un costante ammutinamento delle necessità inconsce e finisce per vivere una vita di auto-negazioni.

Mal di testa e disturbi della zona cervicale

La zona cervicale è formata da 7 vertebre che hanno, fra l’altro, la funzione di sostenere il capo e permettere i vari movimenti che vengono attuati con la testa.

In questa zona, ogni volta che si cerca di “trattenere o difendersi da un’emozione che si vive come spiacevole”, si assume una postura di tensione e di chiusura, ovvero, tendiamo a chiudere le spalle e a irrigidire i muscoli del trapezio e della cervicale.

I sintomi psicosomatici della zona cervicale possono segnalare il bisogno di ridurre l’eccesso di razionalità auto-imposto. Potrebbe trattarsi di persone che hanno difficoltà a delegare i compiti, imprigionate in un progetto di vita con standard troppo elevati. Potrebbe, altresì, trattarsi di persone con bassa autostima e tendenza a umore depresso, che irrigidiscono il collo occludendolo tra le spalle. Queste persone tendono ad avere il mento spunto verso il petto, spalle chiuse e non sono esenti da problemi alla schiena e alla gambe.

I modelli interpretativi che cercano di spiegare l’insorgenza del sintomo o della malattia psicosomatica sono numerosi e in questo articolo, l’autore non ha mai avuto la presunzione di fornire un quadro esaustivo sull’argomento. Lo scopo è stato quello di rendere l’idea di quanto la nostra psiche possa influenzare lo stato di salute del nostro corpo.

Articolo tratto dal blog Psicoadvisor. Clicca qui per l’articolo originale.

L’angoscia dell’abbandono

L’angoscia dell’abbandono

L’abbandono è una condizione sentimentale che suscita disagio emotivo e può divenire un vero e proprio disturbo psichico che caratterizza le cosiddette “personalità dipendenti”.

Quando una relazione affettiva si interrompe, rischia di minare l’equilibrio psichico di chi subisce il distacco, che può provare sofferenza limitata, ma anche angoscia, reattività, disperazione e solitudine. Quanto più la separazione è inaspettata, tanto maggiore potrebbe risultare la difficoltà dell’abbandonato.

I soggetti con Disturbo dipendente di personalità manifestano, per questa ragione, un forte timore di essere abbandonati. Tale stato può portare allo sviluppo di emozioni, quali paura, terrore e ansia intensa, che inducono la persona ad avere dei comportamenti, anche compulsivi, volti ad evitare l’abbandono.

Ad esempio questi soggetti, di solito, sono particolarmente abili nel comprendere la volontà e i piaceri dell’altro, perché cercano di fare stare bene il proprio partner anticipandone i desideri. Pensano che questo comportamento li renderà indispensabili all’altra persona e li salvaguarderà da possibili allontanamenti. Le persone con questo disturbo possono, infatti, presentare convinzioni quali: “Se riesco ad essere indispensabile per lui allora mi terrà per sempre!” oppure “Se lo faccio stare bene non potrà fare a meno di me e non mi abbandonerà!”.

Quando si sentono soli, o quando non hanno una relazione stabile e significativa, invece, lo stato mentale prevalente è uno stato di vuoto, a volte descritto come una sensazione di essere “nulla in mezzo al nulla”, o come la sensazione di “essere privo di qualsiasi scopo”.

Questo stato mentale è spesso accompagnato da un umore depresso e da profonda tristezza.

Le personalità dipendenti, però, non sono degli “automi”: hanno dei desideri propri che, però, difficilmente riescono a riconoscere e, quindi, a perseguire. In alcuni casi, tuttavia, possono essere consapevoli di avere uno scopo diverso da quello di un’altra persona o una loro preferenza (es. sanno di preferire un film ad un altro o di voler uscire piuttosto che rimanere in casa a vedere la partita), ma presentano grosse difficoltà nel mettere in atto dei comportamenti finalizzati al raggiungimento dei loro desideri, se non sono sostenuti dall’approvazione del partner o delle figure di riferimento (es. genitori, colleghi di lavoro, amici con caratteristiche da leader).

Le relazioni sono, dunque, il faro che guida le scelte personali. Ciò nonostante, quando le aspettative dell’altro non sono compatibili con le proprie, essi avvertono un senso di obbligo a conformarsi ai desideri dell’altro, al quale si ribellano emotivamente con sensazioni di costrizione e di rabbia.

La rabbia e il disappunto verso l’altro, a volte, inducono una sensazione che la relazione vacilli. Quest’idea di solito è insostenibile, perché le persone con Disturbo dipendente di personalità la interpretano come un precursore dell’abbandono. Questo le porta a ristabilire velocemente la vicinanza, cercando di adeguarsi.

Differenti fattori contribuiscono al quadro del sofferente: l’età, durata e tipologia del legame, i toni della frattura, ma soprattutto la personalità.

Le dinamiche abbandoniche appaiono precocemente e derivano in parte da fattori biologici temperamentali innati. Tale predisposizione biologica non sarebbe però sufficiente per determinare lo sviluppo del disturbo.

Alcuni studi condotti sulle interazioni parentali tra madre/padre e bambino, sostengono che comportamenti di dipendenza in età adulta sono associati ad uno stile genitoriale che determina e mantiene le rappresentazioni di sé come vulnerabile e inefficace. I bambini sembrano costruire e interiorizzare tali rappresentazioni di sé sperimentando relazioni genitoriali ambivalenti ed intermittenti nella capacità di fornire aiuto e accadimento. Tale atteggiamento induce il bambino a mettere in atto strategie per assicurarsi la vicinanza della figura di riferimento, sviluppando dinamiche di dipendenza, e a temere l’abbandono in qualsiasi momento.

Altri studi condotti in ambito evolutivo sottolineano, invece, come le dinamiche dipendenti, pur sviluppandosi nelle relazioni genitoriali, devono trovare conferma e rinforzo nelle relazioni sociali successive. Sembra che questi bambini, nel mettere in atto modalità dipendenti per assicurarsi presenza e vicinanza, siano premiati e rinforzati in alcuni casi, mentre in altri sembrano essere allontanati proprio a causa di questa modalità nel richiedere vicinanza. Si suppone che proprio tale intermittenza mantenga lo stile di relazione dipendente, perché genera nel soggetto ulteriore insicurezza nei rapporti e paura di essere abbandonato

La persona si sente in difetto, inadeguata, ha paura di sbagliare, ogni evento critico mette in discussione tutto il mondo della persona che agisce in modo distruttivo. Tale sindrome produce malessere anche nei familiari e nei conviventi di queste personalità.

Il trattamento maggiormente efficace è una psicoterapia individuale, in genere a frequenza settimanale e se necessario, a questa possono essere affiancate terapie familiari, di coppia, di gruppo e farmacologiche.

L’ obbiettivo finale del trattamento è quello di migliorare la qualità di vita del paziente in accordo con le sue esigenze e tenendo conto delle sue difficoltà e priorità.

Il trattamento, secondo l’approccio metacognitivo-interpersonale, si basa sulla comprensione e gestione degli aspetti che caratterizzano tale disturbo. Presupposto indispensabile per raggiungere l’obiettivo finale è creare, fin dalle prime sedute, una buona alleanza terapeutica, evitando il coinvolgimento in dinamiche relazionali patologiche.

Infatti i soggetti dipendenti tendono ad accondiscendere agli scopi del terapeuta o alle sue indicazioni senza sentirle totalmente proprie, per la paura di contrastare la figura del terapeuta.

É dunque indispensabile accordarsi sugli scopi e gli obiettivi del lavoro terapeutico che devono essere:

– riconoscimento autonomo dei desideri;

– promuovere l’autonomia senza porre necessariamente condizioni di rottura delle relazioni significative;

– incremento del senso di efficacia personale;

– gestione degli stati problematici, soprattutto della sensazione di vuoto, della paura dell’abbandono e della sensazione di impotenza ed inadeguatezza nella gestione autonoma degli eventi di vita.

Durante il percorso psicoterapeutico, in seguito all’analisi del caso specifico, si valuterà anche l’utilizzo di una terapia farmacologia per la cura dei sintomi ansiosi e depressivi, che di solito sono il motivo per il quale le persone richiedono un supporto, esplicitando al paziente le motivazioni che eventualmente determinano l’indicazione della terapia farmacologia.

Caratteristiche del pensiero depressivo: la ruminazione

La ruminazione è uno stile di pensiero astratto caratterizzato dal susseguirsi di domande pensieri, immagini negative e astratte che non hanno risposta e che spesso riguardano eventi del passato.

Nolen Hoeksema (1991) definiva la ruminazione come un insieme di “comportamenti e pensieri che focalizzano l’attenzione della persona sui propri sintomi depressivi e sulle loro implicazioni”. Numerosi studi hanno dimostrato che la ruminazione provoca episodi prolungati di umore depresso e aiuta nel mantenere uno stato depressivo già in atto.

Inoltre, viene considerato come un processo trans-diagnostico che sottende all’ansia sociale, al PTSD e ai DCA, e ne contribuisce attivamente all’insorgenza, al mantenimento e alle ricadute.

I ruminatori tendono a interrogarsi soprattutto sul perché tali eventi si sono verificati chiedendosi: Perché proprio a me?, Perché mi accadono solo cose negative? e ancora Perché mi sento sempre così triste? Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?

Anche se pensare in modo ripetitivo a errori passati e a sentimenti negativi presenti sembra a prima vista una strategia efficace per evitare eventi negativi futuri – e chi rumina dice che questo è un modo per capire i propri problemi e per risolverli, per dare un significato a quello che è accaduto, per trovare una via d’uscita, per dare un senso a quanto accaduto e per raggiungere l’accettazione – nella realtà è una modalità di pensiero afinalistica poiché non conduce alla ricerca di soluzioni, non aiuta a guardare al futuro e a sviluppare strategie per affrontare e le difficoltà, ma tiene la nostra testa continuamente rivolta all’indietro, a scrutare un passato che non ci piace e che vorremmo cancellare.

La ruminazione è un susseguirsi di pensieri negativi che confermano e rinforzano la nostra condizione negativa.

E’ possibile incappare in tali meccanismi di pensiero senza che questo sia di per sè patologico. Alcune persone, invece, passano molto tempo assorbite in tali pensieri, spendendovi molte energie mentali e soprattutto faticando a uscire da questo circolo vizioso tanto che spesso necessitano di un aiuto esterno per interrompere questo rimuginio.

Per uscire dalla ruminazione è necessario innanzitutto avere consapevolezza che quello che ci sta accadendo è un processo automatico e in secondo luogo fermarsi volontariamente a valutare su un piano più razionale il contenuto dei nostri pensieri, chiedendoci quanto questi rispecchino effettivamente la realtà dei fatti e cercando di tener presente tutte le informazioni in nostro possesso, non solo quelle che confermano il pensiero negativo.

Se prendiamo, per esempio, in considerazione il pensiero Perché capitano tutte a me? potremmo chiederci se effettivamente mi accadono solo cose negative oppure se mi accadono anche cose positive ma non le considero perché gli attribuisco minore importanza, e così via…

Sebbene possa sembrare molto semplice affrontare su un piano più razionale pensieri di questo tipo, non dimentichiamoci che per chi si trova in uno stato depressivo questa operazione è davvero faticosa e complicata.

Le ricerche hanno evidenziato come le forme più efficaci di intervento nell’ambito dei disturbi depressivi siano la terapia cognitivo comportamentale, con le sue tecniche di ristrutturazione cognitiva.

Dott.ssa Cinzia Gallone

La terapia EMDR

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è una tecnica protocollata per il trattamento di diversi tipi di trauma che si basa sulla stimolazione bilaterale. Numerosi sono gli studi di efficacia, mentre siamo solo all’inizio rispetto alla comprensione di come e perchè questa tecnica funzioni.

Negli ultimi anni, la letteratura internazionale ha enfatizzato l’efficacia dell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) nel trattamento del Disturbo post-traumatico da stress (Shapiro & Solomon, 1995; Seidler & Wagner, 2006; Pagani et al., 2012). L’EMDR è stata presentata per la prima volta nel 1989 e sviluppata nel 1990 da Francine Shapiro e a oggi può essere definito a tutti gli effetti, un approccio empiricamente supportato per il trattamento di esperienze traumatiche che hanno contribuito allo sviluppo della psicopatologia o del disagio psichico nel paziente.

EMDR e trattamento di traumi ed esperienze traumatiche

Questa metodologia, utile per il trattamento di disturbi causati da eventi stressanti o traumatici come il disturbo da stress post-traumatico, sfrutta i movimenti oculari alternati, o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio, permettendo così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali.

Si parla di traumi con la T maiuscola per riferirsi a eventi di vita che hanno coinvolto la persona in modo violento come incidenti, lutti, disastri naturali (terremoti, inondazioni ecc.) e di traumi con la t minuscola per riferirsi a traumi relazionali, cioè la quotidiana e ripetuta esposizione a figure di attaccamento disfunzionali e a contesti familiari patologici, che provoca traumi emozionali. (Fernandez I., 2013).

EMDR per il disturbo da stress post-traumatico (DSPT)

Il disturbo da stress post-traumatico (DSPT) si sviluppa in seguito all’esposizione del soggetto ad un evento traumatico nel quale la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. La risposta della persona comprende paura intensa e sentimenti di impotenza o di orrore. Come riportato dal DSM-V l’evento traumatico viene rivissuto ripetutamente in diversi modi, ed il soggetto mette in atto un evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma. Si verificano inoltre alterazioni negative dell’umore o delle cognizioni, ed un’attenuazione della reattività generale, oltre che sintomi di aumentato arousal.

La ricerca ha dimostrato che a seguito di un evento stressante c’è un’interruzione del normale modo di processare l’informazione da parte del cervello. Ciò include il fallimento nel creare una memoria coerente dell’esperienza, in quanto tutti gli aspetti di memoria, pensiero, sensazioni fisiche ed emotive dell’evento traumatico non riescono ad essere integrati tra loro e con altre esperienze. La patologia in questi casi emerge a causa dell’immagazzinamento disfunzionale delle informazioni correlate all’evento traumatico, con il conseguente disturbo dell’equilibrio eccitatorio/inibitorio necessario per l’elaborazione dell’informazione. Questo provoca il ‘congelamento’ dell’informazione nella sua forma ansiogena originale, nello stesso modo in cui è stato vissuto; l’informazione congelata e racchiusa nelle reti neurali non può essere elaborata e quindi continua a essere disturbante per la persona.

I movimenti oculari saccadici e ritmici tipici della terapia EMDR, concomitanti con l’individuazione dell’immagine traumatica, delle convinzioni negative ad essa legate e del disagio emotivo, facilitano la rielaborazione dell’informazione, fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi. In questo modo l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo non negativo.

La tecnica EMDR segue la teoria del processamento dell’informazione e si rivolge alle memorie disturbanti individuali ed ai significati personali dell’evento traumatico e delle sue conseguenze, attivando la rete dei ricordi. La terapia EMDR procede tramite catene di associazioni, collegate con stati che condividono gli elementi sensoriali, cognitivi o emotivi del trauma. Il metodo adottato non è di tipo direttivo; l’individuo è incoraggiato a ‘lasciare accadere qualsiasi cosa avvenga limitandosi a notarla‘ mentre le memorie liberamente associate entrano nella mente tramite l’esposizione immaginativa, in forma di brevi flash.

In accordo con le teorie del condizionamento classico, promuovere l’attenzione a informazioni correlate alla paura facilita l’attivazione, l’abituazione e la modificazione della struttura di paura.

Durante la terapia EMDR, i terapeuti spesso accedono solo a brevi dettagli della memoria traumatica, ed incoraggiano la distorsione o il distanziamento dell’immagine che, in accordo con le teorie tradizionali, dovrebbe esitare in un evitamento cognitivo. La terapia EMDR incoraggia tuttavia gli effetti distanzianti che sono considerati efficaci nel processamento della memoria piuttosto che nell’evitamento cognitivo.

L’EMDR comprende il complesso delle risposte emotive che seguono un evento stressante analizzando stati affettivi, sensazioni fisiche, pensieri, emozioni e credenze contemporaneamente.

Il cambiamento cognitivo che la terapia EMDR evoca, mostra che il soggetto può avere accesso a informazioni correttive e collegarle alla memoria traumatica e ad altre reti di memorie associate. Tutto ciò avviene con piccole, se non nulle, indicazioni da parte del terapeuta. L’integrazione del materiale positivo e negativo che avviene spontaneamente durante il processo di desensibilizzazione dell’EMDR somiglia all’assimilazione in strutture cognitive (in linea con la teoria del processamento adattivo dell’informazione), così come accade per le visioni del mondo, i valori, le credenze e l’autostima.

L’ EMDR e il trauma complesso

L’emdr è molto usato anche nel trattamento del trauma complesso: il Disturbo Post-Traumatico da Stress Complesso (DPTSc) descritto da van der Kolk e colleghi nel 2005, che comprende sette gruppi di sintomi: alterazione della regolazione delle emozioni e degli impulsi, sintomi dissociativi e difficoltà di attenzione, somatizzazioni, alterazioni nella percezione e rappresentazione di sé, alterazioni nella percezione delle figure maltrattanti, disturbi relazionali, alterazioni nei significati personali. Autori come Herman e van der Kolk tendono infatti a considerare il DBP sostanzialmente assimilabile al DPTSc.

Nel trattamento del DPTSc una volta ottenuta una sufficiente stabilizzazione dei sintomi e costruita una buona alleanza terapeutica con il paziente, è possibile dare inizio alla seconda fase della terapia centrata sull’esame più attivo e attento dei ricordi traumatici, che talvolta il paziente ha già riportato spontaneamente durante la prima fase, e poi sull’integrazione.

È importante ricordare come le memorie traumatiche comportino di regola l’incompleta integrazione del ricordo nel flusso continuo dell’autocoscienza, a causa dei processi dissociativi di detachment e compartimentazione, e come la conseguenza della dis-integrazione di tali memorie influenzi il comportamento e le reazioni emotive dei pazienti, disorganizzandoli, senza che essi ne siano pienamente consapevoli (Liotti e Farina, 2011b).

Lo scopo del trattamento delle memorie traumatiche non è quello di far emergere un contenuto rimosso, ma piuttosto quello di ricostruire l’interezza degli eventi vissuti, di associare le diverse componenti frammentate (emotiva, sensoriale, motoria, cinestesica, cognitiva), assimilarle e permetterne l’integrazione nella narrazione autobiografica del paziente al fine di evitare o mitigarne l’effetto disorganizzante.

Il clinico esperto sa che questo lavoro di integrazione deve essere necessariamente preceduto dal lavoro sulla regolazione delle intense e soverchianti emozioni provocate dalle memorie traumatiche. Per poter affrontare un ricordo traumatico il paziente deve collocarsi all’interno della “finestra di tolleranza” dell’attivazione e delle emozioni ed essere in grado di modulare tale attivazione; l’alleanza terapeutica deve essere sufficientemente solida e l’umore e le condizioni generali del paziente devono essere adeguate.

Una volta stabilita con il paziente una buona alleanza, aver condiviso gli obiettivi da perseguire insieme nel percorso terapeutico e sperimentato l’aumento delle capacità metacognitive e di controllo degli stati emotivi, è possibile procedere alla rievocazione guidata delle memorie traumatiche.

Prima operazione sarà dunque quella di ricostruire la funzione janetiana di presentificazione (distinzione tra passato e presente), ricostruendo con il paziente i confini temporali dell’evento da condividere in seduta (Liotti e Farina, 2011b). Successivamente si potrà procedere all’integrazione delle differenti componenti dell’evento: le emozioni e le sensazioni corporee, le immagini mentali, i significati generali e specifici derivanti dall’accaduto. È in questa fase del trattamento che si può cominciare ad usare l’EMDR.

L’EMDR in pratica

Per poter avviare una seduta con EMDR, secondo il protocollo standard, è necessario innanzitutto individuare un target, cioè un un ricordo disturbante. Si procede in senso cronologico partendo dai ricordi disturbanti del passato, procedendo con quelli del presente e anticipando scenari futuri.

Una volta individuato il ricordo da cui partire, si chiede di individuare l’immagine peggiore dell’evento.

Si procede con l’individuazione della cognizione negativa che la persona ha sviluppato su di sé in relazione a tale ricordo; le cognizioni negative maggiormente riportate dai pazienti sono: non valgo, sono sbagliato, sono incapace, sono cattivo, non vado bene.. Identificare una corretta cognizione negativa legata al momento presente è fondamentale in quanto l’ EMDR trasforma solo il materiale realmente inadeguato e disfunzionale, mentre quello veritiero non viene modificato (ad es. nel caso di una vittima di stupro la cognizione negativa “ero impotente” è probabilmente corretta in relazione all’evento, mentre la cognizione “sono impotente” può essere ristrutturata attraverso l’ EMDR in quanto non risulta più adeguata nel momento presente). La cognizione negativa, dunque, deve riferirsi a se stessi ed essere sostenuta nel presente.

A questo punto, viene identificata la cognizione positiva, ossia ciò che alla persona piacerebbe pensare di se stessa ripensando a quell’evento. Identificare una cognizione positiva significa definire una visione alternativa del trauma.

Successivamente, vengono individuate le emozioni provate nel presente in relazione al ricordo dell’evento traumatico. L’intensità delle emozioni viene valutata all’inizio e continuamente monitorata durante tutto il processo di desensibilizzazione.

Infine, si chiede di fare attenzione alle sensazioni fisiche provate nel ricordare l’evento traumatico, che possono presentarsi come memorie corporee dell’esperienza traumatica.

Dopo aver definito i precedenti elementi in relazione al ricordo traumatico, si procede con i movimenti oculari, la cui distanza, velocità e direzione vengono adeguate al paziente. Dopo ogni set, si chiede al paziente un feedback per valutare le nuove informazioni, pensieri, immagini o emozioni che sono insorti durante la rielaborazione.

Ci sono diverse tecniche per affrontare le difficoltà di elaborazione del materiale mnestico e le difficoltà che il paziente stesso può avere nell’accostarsi a questo tipo di tecnica.

La terapia con EMDR si compone di 8 fasi

– La prima fase consiste in un’approfondita anamnesi del paziente e nella definizione di un piano terapeutico. È opportuno verificare l’idoneità del paziente ad una terapia con EMDR, la stabilità personale, le risorse possedute. Se sono presenti impedimenti lavorativi o familiari che potrebbero ostacolare la continuità del percorso terapeutico sarebbe opportuno rinviare l’inizio dell’ EMDR.

– La seconda fase è quella della preparazione del paziente al trattamento, durante la quale vengono spiegate la teoria e la procedura dell’ EMDR e i possibili disturbi che potrebbero insorgere sia durante l’elaborazione sia tra una seduta e l’altra. In questa fase è opportuno anche individuare delle tecniche di rilassamento che potrebbero essere efficaci in caso di eccessiva attivazione durante l’elaborazione.

– La terza fase consiste nell’assessment e nella definizione degli elementi citati precedentemente (ricordo target, immagine peggiore, cognizione negativa, cognizione positiva, emozioni e sensazioni fisiche).

– La quarta fase è quella relativa alla desensibilizzazione che avviene tramite i set di movimenti oculari e che si conclude solo quando il livello di disturbo dell’immagine si riduce a 0.

– La quinta è la fase dell’installazione della cognizione positiva e consiste nella ristrutturazione cognitiva dell’evento traumatico. Si continua con i set per rafforzare la cognizione positiva.

– La sesta fase consiste nella scansione corporea durante la quale si valuta se sono ancora presenti sensazioni corporee ripensando all’evento

– La penultima fase, ossia quella della chiusura, ha lo scopo di verificare lo stato di equilibrio del paziente e viene richiesto di compilare un diario in settimana nel caso in cui emergessero pensieri, sogni, immagini che potrebbero essere associati all’evento elaborato.

– L’ultima fase viene effettuata la settimana successiva e consiste nella rivalutazione per verificare se in settimana sono insorti nuovi disturbi, emozioni o immagini disturbanti legati al ricordo iniziale.

EMDR e dati di efficacia

Gli effetti terapeutici dell’ EMDR sono stati osservati già nei primi studi condotti negli anni ’90. Due studi di Brom e coll. (1989) in cui sono state condotte 15 sedute di desensibilizzazione e un lavoro di Foa e coll. (1991) hanno dimostrato l’efficacia della tecnica. Anche uno studio condotto da Forbes e coll. (1994) su soggetti affetti da Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) ha dimostrato l’efficacia dell’ EMDR solo dopo 4 sedute terapeutiche.

I primi studi sull’efficacia terapeutica dell’ EMDR sono stati condotti su vittime civili (Chemtob, Nakashima, Hamada, Carlson, 1996; Freund, Ironson, Williams, 1998; Lee e Gavriel, 1998…), sui reduci di guerra (Boudewyns e Hyer, 1996; Carlson e al., 1998..), su pazienti affetti da PTSD (Lazrove e coll, 2000; Grainger e al., 1997…) e hanno dimostrato come l’ EMDR favorisca una notevole riduzione della sintomatologia post traumatica.

Diverse reviews e studi meta-analitici anche più recenti dimostrano l’efficacia dell’ EMDR nel trattamento del Disturbo da Stress Post Traumatico (Maxfield, 2000; Shepherd, Stein, 2000). Ad esempio uno studio del 2012 ha valutato l’efficacia clinica e neurobiologica dell’ EMDR in pazienti affetti da disturbo da stress post-traumatico. Tramite la risonanza magnetica cerebrale è stato valutato il quadro clinico dei pazienti e le volumetrie ippocampali in 29 soggetti con PTSD e 30 controlli sani. I pazienti sono stati trattati con EMDR e dopo tre mesi di psicoterapia sono stati rivalutati. I risultati indicano la scomparsa della diagnosi in tutti i pazienti che hanno terminato il percorso e in tutti è stato rilevato un incremento medio del 6% dei volumi ippocampali.

Questo dimostra come l’ EMDR non solo consenta una rielaborazione e reintegrazione degli eventi traumatici vissuti, ma abbia dei riscontri oggettivi anche a livello neurobiologico.

In un altro studio di Pagani del 2011 è stato utilizzato l’elettroencefalogramma per monitorare l’attivazione neuronale durante una sessione di EMDR. Lo studio ha descritto le attivazioni corticali dominanti durante la prima sessione di EMDR e durante l’ultima. Durante la prima sessione, la corteccia limbica prefrontale si attivava durante l’ascolto del testo autobiografico e durante i movimenti oculari bilaterali nella fase di desensibilizzazione dell’ EMDR. Durante l’ultima sessione l’attivazione prevalente si registrava nelle regioni corticali temporali, parietali e occipitali. Questo dimostra come anche a livello cerebrale sia possibile rilevare dei cambiamenti a seguito di una terapia con EMDR.

Indagini di neuroimaging sugli effetti della psicoterapia nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress (PTSD), tramite l’EMDR hanno riportato evidenze sulle modifiche del flusso ematico cerebrale (PET), del volume e densità neuronale (RM) nonchè del segnale elettrico cerebrale (EEG). I cambiamenti neurobiologici correlati all’EMDR sono stati monitorati durante la terapia stessa e si è evidenziato uno spostamento dell’ attivazione massima dal sistema limbico “emotivo” a regioni corticali “cognitive”. Sono stati riportati cambiamenti neurobiologici che si verificano durante ogni seduta di psicoterapia, rendendo l’EMDR la prima forma di psicoterapia con un effetto neurobiologico comprovato. (Pagani et al. 2013).

In uno studio di Hogberg del 2008, invece, venti soggetti con PTSD sviluppato in seguito a incidenti sul treno o aggressioni sul posto di lavoro, sono stati trattati con cinque sedute di EMDR. Ai pazienti sono state somministrate scale psicometriche e interviste diagnostiche prima del trattamento, dopo il trattamento, dopo otto mesi e dopo 35 mesi dopo la fine della terapia. Il follow up ha permesso di rilevare come i risultati riscontrati subito dopo il trattamento si mantengono nel tempo.

Gli studi anche recenti sull’ efficacia dell’ EMDR e il mantenimento dei risultati conseguiti anche nel follow-up dimostrano l’importanza di continuare ad investire nella ricerca e nell’ampliamento e perfezionamento della tecnica.

L’EMDR è utilizzata con successo anche nel trattamento di bambini esposti a eventi traumatici. In particolare, uno studio di meta-analisi dei ricercatori del Department of Educational Sciences di Amsterdam (Rodenberg et al., 2009), mostra l’efficacia dell’EMDR per i traumi infantili. La meta-analisi consiste nel riassumere, nel modo più dettagliato possibile, le ricerche riguardanti quello specifico aspetto (in questo caso l’approccio EMDR con bambini), tenendo conto di alcune variabili come ad esempio, l’attenzione del terapeuta, le aspettative del paziente e la standardizzazione del campione. In questo lavoro, peraltro, l’EMDR veniva messa a confronto con altri approcci psicoterapeutici.

I risultati della ricerca mostrano che, l’EMDR con bambini è più efficace di altre terapie classiche, nella risoluzione del disagio psicologico legato all’evento traumatico durante l’infanzia e in alcuni casi, il trattamento porta più velocemente a benefici rispetto allo stesso trattamento utilizzato nell’adulto. La ricerca conferma l’efficacia dell’EMDR nella risoluzione del PTSD e ad oggi risulta essere il più grande lavoro di meta-analisi (7 ricerche a confronto) concernente il trattamento EMDR con bambini esposti a esperienze traumatiche.

Nonostante le prove di efficacia, il meccanismo che determina i risultati dell’EMDR è stato oggetto di dibattito per molti anni, principalmente per la difficoltà nell’operazionalizzare i costrutti di ‘congelamento’ e ‘rielaborazione’. A questo si aggiunga che recenti review della letteratura scientifica internazionale hanno evidenziato come risultati tra terapia cognitivo-comportamentale (CBT) e EMDR non risultino significativamente differenti (National Institute of Clinical Excellence, 2005; Seidler & Wagner, 2006) nel trattamento dei disturbi legati al trauma.

Gli autori suggeriscono la necessità di spostare l’attenzione dalla semplice efficacia alla comprensione dei mediatori del cambiamento, vale a dire quei meccanismi che vengono effettivamente modificati dall’intervento terapeutico e che determinano la risoluzione del disturbo.

Marcel A. van den Hout, ricercatore di fama internazionale, negli ultimi anni assieme a numerosi colleghi ha affrontato e testato una dopo l’altra tutte le ipotesi inerenti il meccanismo di funzionamento della terapia EMDR. Ne emerge una sintesi di grande valore scientifico che permette di chiudere alcune strade e aprirne delle nuove.

In sintesi:

1. L’EMDR e altri interventi efficaci sul trauma sembrano agire attraverso la riduzione della vividezza dei ricordi traumatici (Engelhard et al., 2010). La forza immaginativa del ricordo traumatico viene offuscata e questo significa una minor sensazione di realtà imminente, minor attivazione emotiva, maggior capacità di riflessione e rielaborazione del ricordo. Questa riduzione della vividezza potrebbe essere il mediatore comune dei diversi interventi efficaci sul trauma.

2. Il meccanismo con cui avviene la riduzione della vividezza non è l’abituazione, non basta esporsi più volte al ricordo o ripetutamente riviverlo perché questo perda le proprie caratteristiche immaginative.

3. Il meccanismo non è la sincronizzazione dei due emisferi, la riconnessione tra gli stessi, il passaggio dell’informazione tra un emisfero e l’altro. Infatti non si hanno variazioni nell’elettroencefalogramma (Samara et al., 2011) ma soprattutto la stimolazione verticale ottiene i medesimi risultati di quella orizzontale.

4. Il meccanismo sembra essere un processo di appesantimento della memoria di lavoro durante il recupero del ricordo traumatico (van den Hout et al., 2011). Stimolando la memoria di lavoro (working memory) che ha capacità limitate attraverso un secondo compito (es: seguire il movimento delle dita) questa non sarebbe più in grado di recuperare le informazioni traumatiche con la stessa vividezza. Si aprirebbe così lo spazio a un’elaborazione più distaccata del materiale mnestico comunque rievocato.

5. L’ipotesi del working memory taxing è confermata dal fatto che altri esercizi che notoriamente appesantiscono la memoria lavoro, come l’esecuzione di alcuni compiti matematici che richiedono la memorizzazione di una serie di numeri, ottengono gli stessi effetti in termini di riduzione della vividezza dei ricordi negativi.

6. Un’altra interessante conclusione riguarda l’utilizzo dei beep (rumori alternati), piuttosto che dei movimenti oculari. I beep non appesantiscono la memoria di lavoro. E in effetti un recente studio (van den Hout et al., 2012) mostra come ottengano risultati significativamente inferiori all’uso dei movimenti oculari, anche se considerati una stimolazione bilaterale. Quindi la sostituzione della stimolazione oculare con quella uditiva è sconsigliata e prematura.

7. Infine, il protocollo di intervento EMDR prevede l’uso delle stimolazioni bilaterali per rinforzare immaginazioni e ricordi positivi. Questa procedura avrebbe senso clinico se si potesse sostenere l’ipotesi che la sincronizzazione degli emisferi favorisce l’elaborazione del ricordo. Ma non è così (vedi punto 3). Nel paradigma del working memory taxing sostenere un immaginazione positiva durante una stimolazione oculare, cioè durante l’appesantimento della memoria lavoro, significa rendere più difficile il mantenimento di un immagine vivida nella memoria. Insomma, ostacola proprio l’obiettivo che si propone. Conclusione: è inutile, se non controproducente.

La sintesi finale di van den Hout non è certo una sintesi contro la terapia EMDR. Anche perché la terapia EMDR non è solo questo. Il razionale che ne emerge è limpido: modalità che appesantiscono la memoria lavoro durante il recupero di ricordi traumatici ne favoriscono la rielaborazione. E questa è una strada ancora tutta da percorrere.

(Tratto da www.stateofmind.it)

“Non riusciamo più a parlare: Chi sei?”

Passano gli anni, la quantità di tempo che si trascorre insieme aumenta, ma diventa sempre piu difficile comunicare,ci si sente soli, lontani pur essendo in coppia e vivendo insieme.

Spesso le coppie o i singoli che si rivolgono a uno psicoterapeuta lamentano difficolta di comunicazione o peggio non sono coscienti di “non comunicare”: non ne abbiamo mai parlato, non so cosa ne pensa o se gli piace, non riesco a confidarmi, temo di essere attacato.

Queste sono alcune delle frasi che spesso le persone mi dicono.

La curiosità, l’apertura e l’accoglienza verso l’altro, propria delle fasi iniziali – il momento della relazione in cui si desidera costruire un “Noi”, avvicinadosi all’altro con una maggiore disposizione ad accogliere anche ciò che non piace – sembra venire meno.

Ci si allontana, si diventa evitanti, si danno per scontanto molti aspetti dell’altro, si prova “fastidio”, risentimento per alcuni comportamenti che non piacciono o che non si capiscono, sentendo a volte la necessità di difendersi o tenere la “guardia alta”, come se all’interno della coppia si fosse sempre in guerra.

Ma quali sono i comportamenti e i fattori che possono aiutare a mantenere o a ripristinare una buona comunicazione di coppia?

  1. come primo aspetto direi ovviamente l’essere disposti a un ascolto autentico e empatico, non avendo fretta e necessità di prevalere spostando la comunicazione su un piano agonistico;

  2. cercare di riconoscere i propri errori e sapersi mettere in discussione;

  3. tentare di non essere giudicanti o quanto meno sospendere il proprio giudizio sull’operato dell’altro ,anche se non lo si condivide o comprende;

  4. essere curiosi, tenendo sempre presente che, anche se è tanto tempo che ci si conosce e tanto si è condiviso, l’altro è pur sempre tale.

Tutti noi siamo in continua evoluzione, per cui è necessario cercare di rivolgersi al nostro compagno/a senza dare per scontato di “sapere” tutto.

Se ritenete di aver bisogno di un aiuto professionale per recuperare e costrutire una buona capacità comunicativa potete rivolgervi alla dott.ssa Cinzia Gallone al 320 0839148 o cliccare su questo form di contatto.

Il nostro cervello

In questo articolo andiamo a parlare, in maniera semplice e divulgativa, del nostro cervello e del suo funzionamento, con particolare riferimento agli aspetti psicologici del funzionamento o malfunzionamento del “computer” del nostro corpo. Cerchiamo di comprendere cosa sono e che funzione hanno i lobi frontali, la corteccia frontale, la corteccia prefrontale, la corteccia somatosensoriale e il lobo parietale.

I lobi frontali costituiscono la parte del cervello umano più estesa, si trovano nella corteccia frontale, suddivisa in corteccia prefrontale e motoria

I lobi frontali costituiscono la parte del cervello più estesa negli esseri umani e rappresentano anche l’area ontogeneticamente e filogeneticamente più giovane. I lobi frontali occupano la porzione anteriore dell’emisfero cerebrale e costituiscono la parte anteriore del cervello.

Sulla parte laterale del lobo frontale sono da rilevare due aree, la motoria primaria, localizzata nella circonvoluzione precentrale;,e l’area di Broca, corrispondente all’opercolo della circonvoluzione frontale inferiore, sede del principale centro per la coordinazione motoria del linguaggio.

La corteccia frontale

La corteccia frontale è suddivisa in: corteccia motoria che comprende l’Area Motoria Primaria e le aree motorie non-primarie (area premotoria e area supplementare motoria) e la corteccia prefrontale che ha connessioni reciproche con tutti i sistemi sensoriali e motori, sia corticali che sottocorticali.

Inoltre la corteccia prefrontale è interconnessa con strutture coinvolte nella memoria, regolazione delle emozioni e rinforzi, sia positivi che negativi.

Grazie all’ampia rete di connessioni anatomiche, la corteccia prefrontale ha accesso ad una varietà di informazioni interne ed esterne all’organismo. La corteccia prefrontale opera la sintesi di queste varie informazioni allo scopo di regolare una gamma di processi mentali e comportamenti. Essi sono connessi con le aree posteriori cerebrali mediante fibre di associazione intraemisferiche e intervengono in complessi circuiti neuronali, unitamente alle strutture subcorticali quali il talamo, l’amigdala, i gangli della base e il cervelletto.

La corteccia prefrontale

La corteccia prefrontale occupa la parte più rostrale dei lobi frontali e costituisce una vasta area che si collega alle aree motorie, percettive e limbiche del cervello.

La corteccia prefrontale svolge un ruolo fondamentale nei processi cognitivi e nella regolazione del comportamento e, grazie alle connessioni con diverse aree corticali, risulta essere il substrato neuroanatomico delle funzioni esecutive: pianificazione, attuazione e conclusione di comportamenti diretti ad uno scopo attraverso azioni coordinate e strategiche, integrazione e sintesi di informazioni, organizzazione, regolazione del comportamento emotivo. Inoltre, le connessioni con le aree limbiche determinano i processi di riconoscimento e gestione delle emozioni. Le funzioni esecutive sono legate all’apprendimento di nuove esperienze, alla pianificazione, al decision making, all’apprendimento di nuovi comportamenti derivanti da una sequenza di azioni, etc.

Lesioni a carico di questa area portano al manifestarsi di sindromi disesecutive, ovvero deficit a carico delle funzioni esecutive, quali perdita di iniziativa, apatia, lentezza nell’iniziare azioni, comportamenti di perseverazione, risposte emozionali ridotte oppure disinibizione, euforia, impulsività e deficit a livello cognitivo, come disturbi a carico della memoria di lavoro, deficit di pianificazione, incapacità di usare strategie e perdita dell’attenzione.

La corteccia prefrontale si connette attraverso una serie di fascicoli ai gangli della base e il talamo. Danni a carico di queste strutture porta al manifestarsi di disturbi motori, deficit esecutivi e compromissione della motivazione e della personalità.

La corteccia prefrontale si suddivide principalmente in due regioni: la corteccia dorsolaterale e la corteccia orbitofrontale.

La corteccia prefrontale dorsolaterale

La corteccia dorsolaterale è una delle componenti principali dei processi esecutivi, quali comportamento strategico, pianificazione, astrazione e flessibilità cognitiva, e working memory. La working memory, in particolare, è una memoria a breve termine che permette l’immagazzinamento di informazioni in entrata e allo stesso tempo il loro recupero dalla memoria a lungo termine. La working memory è fondamentale nella pianificazione dell’azione, e consente di recuperare le conoscenze passate, e le loro rappresentazioni, depositate nella memoria a lungo termine, utilizzandole nel dirigere il comportamento presente. Quando questa capacità è compromessa, non si è più in grado di orientare il comportamento verso uno scopo attraverso azioni coordinate e strategiche. Inoltre, risulta essere deficitaria anche la capacità di monitorare il decorso dell’azione volta a passare da un piano all’altro e, di conseguenza, il comportamento messo in atto appare caotico, confuso, rigido.

I soggetti con lesioni della corteccia prefrontale dorsolaterale presentano i comportamenti perseverativi: non riescono a ricordare le esperienze passate e di conseguenza continuano a comportarsi nel medesimo modo reiterando il comportamento.

La corteccia orbitofrontale

La corteccia orbitofrontale o ventromediale è coinvolta nei processi di riconoscimento emotivo e di decisione mantenendo in memoria l’associazione fra uno stimolo familiare e la risposta considerata gratificante per il soggetto.

La corteccia orbitofrontale mette insieme le esperienze interne e quelle esterne, permette di compiere una valutazione sociale istantanea che consente di agire in base alle circostanze.

Inoltre, la divisione ventromediale si attiverebbe quando l’individuo deve operare una decisione in mancanza di molte informazioni esterne, quindi deve prendere decisioni basandosi maggiormente sulla sensazione più che sulle conseguenze logiche.

Il ruolo dell’intera corteccia orbitofrontale è quello di regolare una vasta gamma di comportamenti sociali.

Il lobo orbitofrontale presenta una enorme rete di proiezioni che si estende nei centri emotivi, permettendo di modulare le reazioni emotive. Una delle funzioni primarie di queste reti sembra essere quella di inibire le reazioni emotive, coordinandole con gli stimoli provenienti dal mondo esterno per rendere le azioni adeguate al contesto.

Inoltre, la corteccia orbitofrontale sembra essere coinvolta nei processi di problem solving.

I pazienti con lesioni nella regione ventromediale, mostrano incapacità di gestione della vita quotidiana e deficit nella regolazione di comportamenti socialmente adattivi.

Alcuni non sono capaci di prendere decisioni poiché non integrano le informazioni emotive e sociali, per questo è possibile che risultino incapaci di fare scelte appropriate alle circostanze e di modulare il comportamento in modo adattivo nel rispetto delle norme sociali.

Suddivisione funzionale della corteccia prefrontale

La corteccia prefrontale può essere suddivisa, inoltre, a livello funzionale in porzione di destra, sede delle emozioni negative, e la parte sinistra legata alle emozioni positive. Esse si attivano in maniera asimmetrica in risposta a emozioni e stati diversi in situazioni sociali diverse (Davidson, 2002).

Davidson ha elaborato la teoria degli Stili Emozionali identificando 6 Stili fondati neurobiologicamente determinati, in quanto riflettono livelli di attività diversi riguardanti le attivazioni delle aree in questione.

Ogni dimensione ha due estremi che sono il risultato di un’attività più intensa o ridotta in quei circuiti.

Gli Stili Emozionali sono trasversali rispetto alle categorie diagnostiche dei Disturbi Psichici e rappresentano caratteristiche sottostanti le manifestazioni psicologiche che ne condizionano l’espressività.

La corteccia somatosensoriale

La corteccia somatosensoriale, nota anche come area S1, è situata nel lobo parietale del cervello ed è imputata alla ricezione degli stimoli sensoriali. Ogni area sensoriale possiede una mappa somatotopica chiamata homunculus sensoriale.

L’homunculus della corteccia somatosensoriale primaria consiste in una rappresentazione non proporzionata del corpo umano, a esempio la bocca e le dita sono grandi, poiché ci sono molti neuroni sensibili a queste parti del corpo imputati alla ricezione degli stimoli provenienti da esse, mentre il tronco e gli arti sono piccole, poiché esistono meno neuroni adibiti alla sensibilità di queste parti.

Le principali funzioni svolte dell’area S1 sono: la localizzazione dello stimolo periferico, la valutazione dell’intensità dello stimolo, la propriocettività e il riconoscimento della forma degli oggetti

Dolore localizzato e dolore riferito

Gli stimoli percepiti dai nocicettori di alcuni organi interni, a esempio il cuore, possono convergere sulle vie del dolore che trasportano le informazioni provenienti dalla cute. Il dolore, però, può assumere due diverse connotazioni. Esso può essere localizzato o riflesso e rappresenta il dolore reale relativo un distretto anatomico specifico, ad esempio la mano o la coscia; mentre si definisce riferito quando si traduce da un organo interno a un altro distretto del corpo. In caso di amputazione di un dito, o di un arto in generale, si è visto che la corteccia adibita al dito amputato risponde comunque alla stimolazione delle dita vicine. Queste sensazioni che provengono dall’arto mancante è definita dell’arto fantasma. Il fenomeno dell’arto fantasma si verifica perché nella corteccia sopravvive la rappresentazione dell’arto deafferentato, nonostante l’amputazione di un arto induce cambiamenti plastici nella corteccia adiacente a quella addetta all’arto mancante portando al verificarsi del fenomeno dell’invasione. La sensazione dell’arto fantasma è una consapevolezza non dolorosa dell’arto amputato, talvolta accompagnata da lievi parestesie, sensazione di formicolio, bruciore, etc. La maggior parte degli amputati avverte questa sensazione per mesi o anni, ma essa di solito scompare senza trattamento; in altri soggetti perdura il dolore, dovuto al mal riorganizzazione del sistema deafferentato che ha quindi attività anomala. La sensazione dell’arto fantasma non è pericolosa; tuttavia gli amputati, senza pensarci, spesso tentano di alzarsi con entrambe le gambe e cadono, soprattutto quando si svegliano durante la notte. Il dolore dell’arto fantasma si verifica più frequentemente se il paziente presenta una condizione dolorosa prima dell’amputazione o se il dolore non è stato adeguatamente controllato.

Vari trattamenti, come gli esercizi simultanei dell’arto amputato e di quello controlaterale, il massaggio del moncone, la percussione del moncone con le dita, l’uso di vibrazioni e gli ultrasuoni sono utili, come anche alcuni farmaci tipo gli antidepressivi triciclici e la carbamazepina.

Il lobo parietale

Il lobo parietale posteriore che ospita l’area S1 è un’area associativa, in cui flussi semplici e separati di informazioni sensoriali convergono per generare rappresentazioni neurali particolarmente complesse. I suoi neuroni hanno ampi campi percettivi i cui stimoli preferenziali sono difficili da caratterizzare, poiché complessi. Questa area è correlata non solo alla sensazione somatica, ma anche agli stimoli visivi e alla pianificazione del movimento.

Un danno alle aree parietali posteriori può generare particolari disordini neurologici. Ricordiamo l’agnosia, cioè l’incapacità di riconoscere gli oggetti anche se le capacità sensoriali di base appaiono normali. I soggetti che soffrono di stereoagnosia o agnosia tattile non riescono a riconoscere al tatto oggetti comuni anche se il loro senso del tatto è normale, nonostante non abbiano problemi a riconoscere l’oggetto con la vista o con l’udito. I deficit di solito sono limitati alla parte controlaterale rispetto alla sede del danno ed è dovuta principalmente a lesioni parietali postcentrali e parietali posteriori. Inoltre, lesioni della corteccia parietale possono anche causare la sindrome di negligenza spaziale o del neglect, nella quale una parte del corpo o del mondo è ignorata o soppressa, al punto di negarne l’esistenza.

In generale la corteccia parietale posteriore sembra essenziale per la percezione ed interpretazione delle relazioni spaziali, per un’esatta rappresentazione del proprio corpo e per l’apprendimento delle funzioni coinvolte nella coordinazione del corpo nello spazio. Ciò richiede una complessa integrazione delle informazioni somatosensoriali con quelle di altri sistemi, in particolare del sistema visivo.

Testo tratto da due articoli di Francesca Fiore, realizzati in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano, e pubblicati dal blog State of Mind.