I conflitti interiori che logorano l’organismo

Mi capita di leggere degli articoli su Internet e trovarli particolarmente interessanti. E’ il caso di questo che ho trovato sul blog “Psicoadvisor” sul tema delle malattie psicosomatiche e ho deciso di condividerlo. Dalla lettura possono emergere diversi spunti di riflessione. Se qualcuno si ritrovasse nelle sintomatologie descritte, vi è ampia possibilità di lavorarci, per raggiungere decisi miglioramenti nella propria condizione di vita, attraverso un ciclo di psicoterapia (Dott.ssa Cinzia Gallone).

 

Un rapporto sbagliato, una paura inespressa, una separazione, insoddisfazioni protratte sul posto di lavoro… Sono tutte condizioni che possono generare ansia, malinconia, tristezza ma anche malattie psicosomatiche.

I sentimenti e le emozioni, soprattutto quando lavorano silenti a livello inconscio, possono manifestarsi con disturbi fisici e questa non è solo una teoria ma la base su cui vertono discipline affermate come la medicina psicosomatica e la psiconeuroendocrinoimmunologia.

 

Il rapporto tra Mente e Corpo: fisiologia delle emozioni

Il nostro organismo è un sistema in cui ogni parte comunica con le altre mediante canali bidirezionali.

Mente e corpo non sono due mondi separati, sono due parti in continua influenza reciproca; due parti che contribuiscono alla salute (o alla malattia) del medesimo sistema.

Si è rilevato che, al variare degli stati di coscienza, come, per esempio, nella meditazione o nelle situazioni di stress, si producono variazioni misurabili a livello fisiologico: variazioni dei linfociti, cambiamenti a livello del sistema endocrino e variazioni del sistema gastrointestinale.

La scienza ha documentato che un certo tipo di stato di coscienza, un certo tipo di pensiero, cambia parametri anche sottilissimi, come la glicemia, le endorfine, il numero di recettori per certe molecole presenti sui linfociti…. Le emozioni persistenti e i sentimenti possono addirittura cambiare la conduttanza elettrica della pelle, le onde elettromagnetiche emesse dall’organismo; un certo tipo di pensiero cambia il modo in cui la pianta del piede aderisce al suolo, cambia la nostra postura e condiziona fortemente il complesso muscolo-scheletrico. Come premesso, si tratta di una comunicazione bi-direzionale, quindi una certa postura fisica ci permette di accedere a certi stati coscienza e ad altri no.

 

Disturbi e malattie psicosomatiche: conoscerle per curarle

I sintomi psicosomatici non vanno combattuti e basta. I sintomi psicosomatici sono un segnale che ci manda il nostro inconscio per dirci di cambiare rotta, di cambiare il nostro approccio emotivo agli eventi della vita.

Non solo sintomi psicosomatici, vi sono delle vere e proprie malattie alle quali si riconosce una genesi psicologica. Non è possibile classificare o elencare le malattie psicosomatiche e i disturbi a esse associate. In ogni caso, proverò a segnalarvi le malattie che storicamente sono state sempre interpretate come a predisposizione psicosomatica.

Malattie e disturbi del sistema gastro intestinale

Colite ulcerosa, ulcera gastro-duodenale, rettocolite emorragica.

Tra i disturbi psicosomatici sono presenti gastrite cronica (gastrite nervosa), pilorospasmo, colon irritabile, stipsi, nausea, diarrea da emozioni (in genere innescata da stati d’ansia).

Malattie e sintomi del sistema respiratorio

Asma bronchiale, sindrome iperventilatoria, dispnea, singhiosso.

Malattie e sintomi psicosomatici del sistema cardiovascolare

Aritmie, crisi tachicardiche, ipertensione arteriosa essenziale, cefalea emicranica, nevrosi cardiaca.

Malattie e sintomi psicosomatici del sistema cutaneo

Eczema della pella, dermatite atopica, psoriasi, eritema pudico (quando ti dicono “uuh ti sei fatta rossa!”, rossore emozionale delle guance), acne, prurito, neurodermatosi, iperidriosi, orticaria, canizie, secchezza della cute e delle mucose, sudorazione eccessiva.

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema muscoloscheletrico

Cefalea tensiva (mal di testa), crampi muscolari, torcicollo, mialgia, artrite, dolori al rachide (cervicale e lombo-sacrale), cefalea nucale, psicosomatica della sciatalgia, problemi posturali e annesse conseguenze sull’apparato scheletrico (cifosi, lordosi…).

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema genitourinario

Disturbi minzionali, enuresi, impotenza, anaorgasmia.

Malattie e disturbi psicosomatici del sistema endocrino

Ipopituitarismo, iper o ipotiroidismo, ipoglicemia, salivazione eccessiva.

 

Cosa ci comunica il nostro corpo: disturbi psicosomatici e personalità

Peso corporeo: non riesco a dimagrire

Il tema “peso corporeo” è spesso trascurato a causa di una generazione troppo giudicante che tende a stigmatizzare chi è obeso o in forte sovrappeso. Purtroppo non tutti riflettono che obesità, sovrappeso e anoressia sono la diretta conseguenza di un disagio psicologico espresso mediante un disturbo del comportamento (mangio troppo, non riesco a seguire una dieta, mangio pochissimo, non voglio nutrirmi…).

Psoriasi, dermatite atopica, prurito, orticaria e disturbi della pelle

La pelle rappresenta uno dei più importanti siti di espressione emotiva. Non tutti sanno che, durante lo sviluppo embrionale, pelle e sistema nervoso si sviluppano dal medesimo gruppo di cellule (ectoderma).

Generalmente, le persone che tendono a somatizzare malattie della pelle hanno un approccio passivo ai rapporti interpersonali. Possono avere una spiccata vulnerabilità nei rapporti sentimentali, una forte insicurezza e una bassa tolleranza allo stress. Possono essere inclini all’ansia e alle tensioni emotive. Possono essere persone facili ai sensi di colpa e che tendono a reprimere sentimenti di rabbia e aggressività che sfogano attraverso pruriti e orticarie.

Stitichezza, sindrome del colon irritabile e disturbi a carico dell’intestino

La colite è spesso l’espressione fisica di uno stress protratto nel tempo, è connessa agli stati emotivi dell’ansia e a una potenziale struttura di tipo ossessivo. Alla rettocolite ulcerosa, una malattia dell’intestino molto grave, è frequentemente correlata una forma dell’umore depresso con esperienze di perdita (reali o immaginari) e di situazioni percepite minacciose per la propria esistenza.

Chi soffre di bruciore di stomaco o gastrite nervosa potrebbe essere vittima di un atteggiamento rinunciatario e di una mancanza di fiducia nelle proprietà potenzialità. Le malattie gastriche possono esprimere disagi psicologici che vedono un forte bisogno di sicurezza e di auto-affermazione. Si tratta di persone che possono sentirsi spesso rifiutate dagli altri, profondamente frustrate da eventuali insuccessi e vulnerabili nella sfera emotiva. Sono persone che hanno difficoltà a gestire la rabbia (o la reprimono o hanno esplosioni di collera).

Tachicardia e altri disturbi dell’apparato cardo-circolatorio

I problemi cardiaci sono il punto d’arrivo di diverse sofferenze interiori croniche, prolungate e che spesso hanno origine nell’infanzia. Chi soffre di problemi a carico dell’apparato cardio-vascolare potrebbe essere una persona dipendente, vulnerabile ma che tende a negare e reprimere i suoi bisogno. Esegue un costante ammutinamento delle necessità inconsce e finisce per vivere una vita di auto-negazioni.

Mal di testa e disturbi della zona cervicale

La zona cervicale è formata da 7 vertebre che hanno, fra l’altro, la funzione di sostenere il capo e permettere i vari movimenti che vengono attuati con la testa.

In questa zona, ogni volta che si cerca di “trattenere o difendersi da un’emozione che si vive come spiacevole”, si assume una postura di tensione e di chiusura, ovvero, tendiamo a chiudere le spalle e a irrigidire i muscoli del trapezio e della cervicale.

I sintomi psicosomatici della zona cervicale possono segnalare il bisogno di ridurre l’eccesso di razionalità auto-imposto. Potrebbe trattarsi di persone che hanno difficoltà a delegare i compiti, imprigionate in un progetto di vita con standard troppo elevati. Potrebbe, altresì, trattarsi di persone con bassa autostima e tendenza a umore depresso, che irrigidiscono il collo occludendolo tra le spalle. Queste persone tendono ad avere il mento spunto verso il petto, spalle chiuse e non sono esenti da problemi alla schiena e alla gambe.

I modelli interpretativi che cercano di spiegare l’insorgenza del sintomo o della malattia psicosomatica sono numerosi e in questo articolo, l’autore non ha mai avuto la presunzione di fornire un quadro esaustivo sull’argomento. Lo scopo è stato quello di rendere l’idea di quanto la nostra psiche possa influenzare lo stato di salute del nostro corpo.

Articolo tratto dal blog Psicoadvisor. Clicca qui per l’articolo originale.

L’angoscia dell’abbandono

L’angoscia dell’abbandono

L’abbandono è una condizione sentimentale che suscita disagio emotivo e può divenire un vero e proprio disturbo psichico che caratterizza le cosiddette “personalità dipendenti”.

Quando una relazione affettiva si interrompe, rischia di minare l’equilibrio psichico di chi subisce il distacco, che può provare sofferenza limitata, ma anche angoscia, reattività, disperazione e solitudine. Quanto più la separazione è inaspettata, tanto maggiore potrebbe risultare la difficoltà dell’abbandonato.

I soggetti con Disturbo dipendente di personalità manifestano, per questa ragione, un forte timore di essere abbandonati. Tale stato può portare allo sviluppo di emozioni, quali paura, terrore e ansia intensa, che inducono la persona ad avere dei comportamenti, anche compulsivi, volti ad evitare l’abbandono.

Ad esempio questi soggetti, di solito, sono particolarmente abili nel comprendere la volontà e i piaceri dell’altro, perché cercano di fare stare bene il proprio partner anticipandone i desideri. Pensano che questo comportamento li renderà indispensabili all’altra persona e li salvaguarderà da possibili allontanamenti. Le persone con questo disturbo possono, infatti, presentare convinzioni quali: “Se riesco ad essere indispensabile per lui allora mi terrà per sempre!” oppure “Se lo faccio stare bene non potrà fare a meno di me e non mi abbandonerà!”.

Quando si sentono soli, o quando non hanno una relazione stabile e significativa, invece, lo stato mentale prevalente è uno stato di vuoto, a volte descritto come una sensazione di essere “nulla in mezzo al nulla”, o come la sensazione di “essere privo di qualsiasi scopo”.

Questo stato mentale è spesso accompagnato da un umore depresso e da profonda tristezza.

Le personalità dipendenti, però, non sono degli “automi”: hanno dei desideri propri che, però, difficilmente riescono a riconoscere e, quindi, a perseguire. In alcuni casi, tuttavia, possono essere consapevoli di avere uno scopo diverso da quello di un’altra persona o una loro preferenza (es. sanno di preferire un film ad un altro o di voler uscire piuttosto che rimanere in casa a vedere la partita), ma presentano grosse difficoltà nel mettere in atto dei comportamenti finalizzati al raggiungimento dei loro desideri, se non sono sostenuti dall’approvazione del partner o delle figure di riferimento (es. genitori, colleghi di lavoro, amici con caratteristiche da leader).

Le relazioni sono, dunque, il faro che guida le scelte personali. Ciò nonostante, quando le aspettative dell’altro non sono compatibili con le proprie, essi avvertono un senso di obbligo a conformarsi ai desideri dell’altro, al quale si ribellano emotivamente con sensazioni di costrizione e di rabbia.

La rabbia e il disappunto verso l’altro, a volte, inducono una sensazione che la relazione vacilli. Quest’idea di solito è insostenibile, perché le persone con Disturbo dipendente di personalità la interpretano come un precursore dell’abbandono. Questo le porta a ristabilire velocemente la vicinanza, cercando di adeguarsi.

Differenti fattori contribuiscono al quadro del sofferente: l’età, durata e tipologia del legame, i toni della frattura, ma soprattutto la personalità.

Le dinamiche abbandoniche appaiono precocemente e derivano in parte da fattori biologici temperamentali innati. Tale predisposizione biologica non sarebbe però sufficiente per determinare lo sviluppo del disturbo.

Alcuni studi condotti sulle interazioni parentali tra madre/padre e bambino, sostengono che comportamenti di dipendenza in età adulta sono associati ad uno stile genitoriale che determina e mantiene le rappresentazioni di sé come vulnerabile e inefficace. I bambini sembrano costruire e interiorizzare tali rappresentazioni di sé sperimentando relazioni genitoriali ambivalenti ed intermittenti nella capacità di fornire aiuto e accadimento. Tale atteggiamento induce il bambino a mettere in atto strategie per assicurarsi la vicinanza della figura di riferimento, sviluppando dinamiche di dipendenza, e a temere l’abbandono in qualsiasi momento.

Altri studi condotti in ambito evolutivo sottolineano, invece, come le dinamiche dipendenti, pur sviluppandosi nelle relazioni genitoriali, devono trovare conferma e rinforzo nelle relazioni sociali successive. Sembra che questi bambini, nel mettere in atto modalità dipendenti per assicurarsi presenza e vicinanza, siano premiati e rinforzati in alcuni casi, mentre in altri sembrano essere allontanati proprio a causa di questa modalità nel richiedere vicinanza. Si suppone che proprio tale intermittenza mantenga lo stile di relazione dipendente, perché genera nel soggetto ulteriore insicurezza nei rapporti e paura di essere abbandonato

La persona si sente in difetto, inadeguata, ha paura di sbagliare, ogni evento critico mette in discussione tutto il mondo della persona che agisce in modo distruttivo. Tale sindrome produce malessere anche nei familiari e nei conviventi di queste personalità.

Il trattamento maggiormente efficace è una psicoterapia individuale, in genere a frequenza settimanale e se necessario, a questa possono essere affiancate terapie familiari, di coppia, di gruppo e farmacologiche.

L’ obbiettivo finale del trattamento è quello di migliorare la qualità di vita del paziente in accordo con le sue esigenze e tenendo conto delle sue difficoltà e priorità.

Il trattamento, secondo l’approccio metacognitivo-interpersonale, si basa sulla comprensione e gestione degli aspetti che caratterizzano tale disturbo. Presupposto indispensabile per raggiungere l’obiettivo finale è creare, fin dalle prime sedute, una buona alleanza terapeutica, evitando il coinvolgimento in dinamiche relazionali patologiche.

Infatti i soggetti dipendenti tendono ad accondiscendere agli scopi del terapeuta o alle sue indicazioni senza sentirle totalmente proprie, per la paura di contrastare la figura del terapeuta.

É dunque indispensabile accordarsi sugli scopi e gli obiettivi del lavoro terapeutico che devono essere:

– riconoscimento autonomo dei desideri;

– promuovere l’autonomia senza porre necessariamente condizioni di rottura delle relazioni significative;

– incremento del senso di efficacia personale;

– gestione degli stati problematici, soprattutto della sensazione di vuoto, della paura dell’abbandono e della sensazione di impotenza ed inadeguatezza nella gestione autonoma degli eventi di vita.

Durante il percorso psicoterapeutico, in seguito all’analisi del caso specifico, si valuterà anche l’utilizzo di una terapia farmacologia per la cura dei sintomi ansiosi e depressivi, che di solito sono il motivo per il quale le persone richiedono un supporto, esplicitando al paziente le motivazioni che eventualmente determinano l’indicazione della terapia farmacologia.

Caratteristiche del pensiero depressivo: la ruminazione

La ruminazione è uno stile di pensiero astratto caratterizzato dal susseguirsi di domande pensieri, immagini negative e astratte che non hanno risposta e che spesso riguardano eventi del passato.

Nolen Hoeksema (1991) definiva la ruminazione come un insieme di “comportamenti e pensieri che focalizzano l’attenzione della persona sui propri sintomi depressivi e sulle loro implicazioni”. Numerosi studi hanno dimostrato che la ruminazione provoca episodi prolungati di umore depresso e aiuta nel mantenere uno stato depressivo già in atto.

Inoltre, viene considerato come un processo trans-diagnostico che sottende all’ansia sociale, al PTSD e ai DCA, e ne contribuisce attivamente all’insorgenza, al mantenimento e alle ricadute.

I ruminatori tendono a interrogarsi soprattutto sul perché tali eventi si sono verificati chiedendosi: Perché proprio a me?, Perché mi accadono solo cose negative? e ancora Perché mi sento sempre così triste? Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?

Anche se pensare in modo ripetitivo a errori passati e a sentimenti negativi presenti sembra a prima vista una strategia efficace per evitare eventi negativi futuri – e chi rumina dice che questo è un modo per capire i propri problemi e per risolverli, per dare un significato a quello che è accaduto, per trovare una via d’uscita, per dare un senso a quanto accaduto e per raggiungere l’accettazione – nella realtà è una modalità di pensiero afinalistica poiché non conduce alla ricerca di soluzioni, non aiuta a guardare al futuro e a sviluppare strategie per affrontare e le difficoltà, ma tiene la nostra testa continuamente rivolta all’indietro, a scrutare un passato che non ci piace e che vorremmo cancellare.

La ruminazione è un susseguirsi di pensieri negativi che confermano e rinforzano la nostra condizione negativa.

E’ possibile incappare in tali meccanismi di pensiero senza che questo sia di per sè patologico. Alcune persone, invece, passano molto tempo assorbite in tali pensieri, spendendovi molte energie mentali e soprattutto faticando a uscire da questo circolo vizioso tanto che spesso necessitano di un aiuto esterno per interrompere questo rimuginio.

Per uscire dalla ruminazione è necessario innanzitutto avere consapevolezza che quello che ci sta accadendo è un processo automatico e in secondo luogo fermarsi volontariamente a valutare su un piano più razionale il contenuto dei nostri pensieri, chiedendoci quanto questi rispecchino effettivamente la realtà dei fatti e cercando di tener presente tutte le informazioni in nostro possesso, non solo quelle che confermano il pensiero negativo.

Se prendiamo, per esempio, in considerazione il pensiero Perché capitano tutte a me? potremmo chiederci se effettivamente mi accadono solo cose negative oppure se mi accadono anche cose positive ma non le considero perché gli attribuisco minore importanza, e così via…

Sebbene possa sembrare molto semplice affrontare su un piano più razionale pensieri di questo tipo, non dimentichiamoci che per chi si trova in uno stato depressivo questa operazione è davvero faticosa e complicata.

Le ricerche hanno evidenziato come le forme più efficaci di intervento nell’ambito dei disturbi depressivi siano la terapia cognitivo comportamentale, con le sue tecniche di ristrutturazione cognitiva.

Dott.ssa Cinzia Gallone