Dove sono i genitori “sufficientemente buoni”?

Nelle sale cinematografiche di questo Natale è trasmesso un film russo dal titolo “Loveless”. È la storia di Zhenya e Boris, che hanno deciso di divorziare, e del loro figlio dodicenne, Alyosha, che è un “peso” per entrambi i genitori
Ma perché vi sto parlando di un film? Perché il regista, Andrey Zvyagintsev, ci propone una lettura della condizione attuale del proprio paese filtrata attraverso le vicende di persone comuni. Che in fondo racconta la condizione sociale un po’ di tutto l’Occidente.
La pellicola ci propone uno sguardo privo di qualsiasi pietà nei confronti di una generazione genitoriale che ha perso qualsiasi senso di responsabilità e di consapevolezza del proprio ruolo.
Adulti troppo presi da se stessi, che si dividono fra un selfie e un dialogo vuoto, per i quali qualsiasi ostacolo al loro bisogno di affermazione va elimato, e se l’ostacolo è un figlio dodicenne allora ci si sbarazza anche di lui, al punto di volerlo mettere in istituto.
Non c’è amore dedicato, incondizionato, non c’è accudimento, non c’è protezione,non c’è empatia.
Non ritroviamo nulla di ciò che dovrebbe caratterizzare la relazione fra genitori e figli, solo rabbia, tristezza e solitudine.
Una corsa senza senso, senza amore, che impedisce di far crescere nel modo appropriato le nuove generazioni.
Questo è un film che ci fa riflettere su quanto, ai giorni nostri, interessarsi veramente del bene e dei bisogni di qualcuno sembra essere diventato impossibile, anche se quel qualcuno è nostro figlio.
Il dodicenne Alyosha non “appartiene” a nessuno, nessuno lo vuole, e allora se ne va, scappa di casa, ma neanche così i genitori non riescono a fermarsi e a cambiare, continuando imperterriti la loro corsa esistenziale priva di significato.
Lo psicoanalista Donald Woods Winnicott diceva che basterebbe essere genitori “sufficientemente buoni”
Si può affermare che Zhenya e Boris non riescono proprio esserlo, purtroppo come molti altri adulti e genitori, vittime di loro stessi.

Un film sull’anoressia vince il TFF

Sabato 2 dicembre si è chiusa la trentacinquesima edizione del Torino Film Festival, quest’anno vinta da un film israeliano che tratta la tematica dell’anoressia e della psicosi. “Al tishkechi oti” il titolo originale in ebraico, “Don’t Forget Me” in inglese, del regista Ram Nehari,  racconta la storia di Tom, afflitta da un disturbo alimentare e ricoverata in clinica, alla quale è tornato il ciclo mestruale. Quando il dottore le dice che è un buon segno perché significa che le sue condizioni stanno migliorando, sprofonda nel panico: l’idea di riacquistare i chili perduti la spaventa a morte. Sembrerebbe un giorno da dimenticare, ma l’incontro con Neil, suonatore di trombone con problemi psichiatrici, cambia tutto. Tra i due nasce una fortissima intesa, cementata dalla voglia comune di sfuggire a tutto ciò che viene ritenuto socialmente accettabile. Il film è di un forte realismo e tratteggia con intensità emotiva i tratti del disagio vissuto dalla ragazza e il suo disturbo psicologico, in una chiave diversa dalla filmografia sinora vista sul tema dell’anoressia, mettendo al centro della narrazione proprio il vissuto della giovane. Un film, che se verrà distribuito nelle sale italiane prossimamente, consiglio vivamente di andare a vedere.