Il tratto dipendente nei disturbo di personalità

Nel disturbo dipendente di personalità e nel disturbo borderline si ha il timore dell’abbandono: nel primo provoca sottomissione, nel secondo vuoto e rabbia


Il tratto dipendente nel Disturbo di Personalità Borderline e nel Disturbo di Personalità Dipendente

Il tratto dipendente nel disturbo borderline di personalità

Nel guardare il disturbo borderline di personalità, considereremo come “tratto dipendente” il primo criterio del DSM-V il quale definisce che gli individui con questa diagnosi compiono sforzi disperati per evitare un reale o immaginario abbandono (DSM-V). E continua:

La percezione del rifiuto e della separazione imminenti, o la perdita di qualche strutturazione esterna, possono portare ad alterazioni profonde dell’immagine di sé, dell’umore, della cognitività e del comportamento. Questi individui sono molto sensibili alle circostanze ambientali. Provano intensi timori di abbandono e rabbia inappropriata anche quando si trovano ad affrontare separazioni reali limitate nel tempo o quando intervengono cambiamenti inevitabili di progetti. Possono credere che questo abbandono implichi che essi sono “cattivi”. Questi timori abbandonici sono associati all’intolleranza a restare soli e alla necessità di avere persone con loro (DSM-V).

Il valore clinico di questo primo criterio, trova le sue radici nella concezione di Masterson e Rinsley (1975), di Gunderson e Singer (1975) e di Adler e Buie (1979), ed è in linea con il pensiero e la ricerca di coloro che ritengono che la problematica dell’attaccamento sia centrale nella costruzione del disturbo borderline di personalità (Bateman, Fonagy, 2004). Come si evince dalle voci bibliografiche riportate, questo criterio si rifà a quella corrente di pensiero psicoanalitico, che ha privilegiato il ruolo della relazione problematica del soggetto borderline con l’oggetto, nell’ottica di un intrinseco valore della relazione e del tentativo di una sua salvaguardia dall’aggressività, suscitata dalla frustrazione o da qualsiasi altra causa.

Inoltre Masterson nell’evidenziare le paure abbandoniche dei pazienti con disturbo borderline di personalità ha individuato le origini di esse in esperienze traumatiche di separazione nell’infanzia. Secondo Young è all’interno del modulo del bambino abbandonato che si ritroverebbe il nucleo di un sé vulnerabile: l’attivazione di schemi di deprivazione emozionale, abbandono e difettività, propri del sé indegno, determinano sentimenti sproporzionati di vulnerabilità (G. Dimaggio, A. Semerari, 2003).

I cicli interpersonali che caratterizzano il disturbo borderline di personalità sono quello invalidante, quello di allarme ed il protettivo-validante; sono cicli molto complessi, che entrano nella relazione col terapeuta e spesso l’obiettivo terapeutico con un paziente borderline, è quello di riuscire a tenerlo per il maggior tempo possibile nel ciclo protettivo-validante (G. Dimaggio, A. Semerari, 2003).

Il tratto dipendente nel disturbo dipendente di personalità

Passando ad uno sguardo sul disturbo dipendente di personalità, praticamente tutti i criteri richiamano un’idea di dipendenza. In particolare, per la differenziale col disturbo borderline di personalità, prenderemo in considerazione il quinto, il settimo e l’ottavo criterio. Secondo il criterio 5 del DSM: “il soggetto con disturbo dipendente di personalità può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli”.

La necessità pervasiva ed eccessiva, delle persone con disturbo dipendente di personalità, di essere accuditi, determina un comportamento sottomesso e dipendente, con timore della separazione. Inoltre la percezione di sé come incapace di funzionare adeguatamente senza l’aiuto degli altri, porta ad un comportamento dipendente e sottomesso che è finalizzato a suscitare protezione. La necessità di queste persone di conservare un legame importante spesso le trattiene in relazioni sbilanciate o distorte, in cui pur di ottenere accudimento sono pronte a sottomettersi a ciò che gli altri vogliono. Inoltre, il soggetto dipendentequando termina una relazione intima, cerca con urgenza un’altra relazione come fonte di accudimento e di supporto” (criterio 7 del DSM V): il rapporto interrotto può essere ad esempio una rottura con un amante o la morte di un caregiver.

Inoltre, la loro convinzione di essere incapaci di funzionare in assenza di una relazione intima li motiva ad attaccarsi rapidamente e indiscriminatamente a un’altra persona. Infine “si preoccupa in modo irrealistico di essere lasciato/a a prendersi cura di sé”(criterio 8 del DSM V). Gli individui con questo disturbo sono spesso preoccupati di essere lasciati soli e si vedono così totalmente dipendenti dal consiglio e dall’aiuto di un’altra persona importante che temono che questa li abbandoni anche quando non ci sono motivi per giustificare tale paura.

Sembrerebbe, secondo alcuni studi condotti sulle interazioni parentali tra madre/padre e bambino, che comportamenti di dipendenza in età adulta sono associati ad uno stile genitoriale che determina e mantiene le rappresentazioni di sé come vulnerabile e inefficace. Costruendo ed interiorizzando tali rappresentazioni di sé, i bambini sperimentano relazioni genitoriali ambivalenti ed intermittenti nella capacità di fornire aiuto e accudimento. Questo atteggiamento induce il bambino a mettere in atto strategie per assicurarsi la vicinanza della figura di riferimento, sviluppando dinamiche di dipendenza, e a temere l’abbandono in qualsiasi momento.

Rispetto ai cicli disfunzionali dei pazienti con disturbo dipendente di personalità, allo scopo di mantenere la presenza e la vicinanza della figura di riferimento, aderiscono costantemente alle aspettative e ai desideri dell’altro. In questa situazione, l’altro si sentirà spinto verso modalità controllanti la relazione, godrà del piacere legato al potere di decidere e di accentrare l’attenzione sui propri bisogni e desideri. Questo atteggiamento mantiene e favorisce nel disturbo dipendente di personalità il comportamento oblativo, almeno finché non percepisce il senso di coercizione.

Il tratto dipendente nei disturbi borderline e dipendente di personalità: somiglianze e differenze

Volendo quindi definire le caratteristiche del tratto dipendente nei due disturbi, è evidente che sia il disturbo dipendente di personalità sia il disturbo borderlinesono caratterizzati dal timore di essere abbandonati; tuttavia, l’individuo con disturbo borderline di personalità reagisce all’abbandono con sentimenti di vuoto emotivo, rabbia e richieste, mentre l’individuo con disturbo dipendente di personalitàreagisce aumentando le concessioni e la sottomissione, e ricerca urgentemente una relazione sostitutiva per ottenere accudimento e supporto.

Per quanto riguarda i cicli interpersonali (G. Dimaggio, A. Semerari, 2003) e il funzionamento mentale sotteso, i due disturbi di personalità presentano molte similitudini. E’ possibile osservare alcune caratteristiche per fare una buona diagnosi differenziale, anche se bisogna premettere che è frequente osservare una comorbilità tra i due disturbi. Una rassegna di Morey (1988) riporta una sovrapposizione del 50,8% dei casi. Tali differenze consistono in una serie di singole caratteristiche del funzionamento mentale del modo in cui si compongono nel determinare un “equilibrio disfunzionale”: uno dei problemi concerne la rappresentazione del sé. La connotazione di inadeguato e debole assume tinte molto forti rispetto al sé indegno e vulnerabile del disturbo borderline di personalità, esprimendo il bisogno della relazione per sentire la propria competenza ed autoefficacia, piuttosto che il bisogno di potere e di invulnerabilità.

Una differenza importante tra i due quadri psicopatologici è la maggiore stabilità delle relazioni interpersonali riscontrabili nei soggetti con disturbo dipendente di personalità, laddove le rapide, frequenti ed intense oscillazioni dell’umore e le altrettanto rapide oscillazioni delle rappresentazioni di sé e dell’altro rendono molto più caotiche ed instabili le relazioni interpersonali nel disturbo borderline di personalità. La socievolezza del disturbo dipendente di personalità appare molto più congrua ed aderente al contesto rispetto alla disregolata ricerca delle relazioni propria del borderline.

Un altro elemento di differenziale riguarda il sistema di regolazione delle scelte caratterizzato da ipertrofia nell’uso del contesto interpersonale nel disturbo dipendente di personalità e caoticità nelle regolazioni del disturbo borderline di personalità, che oscilla da espressioni antisociali ad altre narcisistiche ed altre ancora dipendenti.

Per quanto riguarda lo stato interno del terapeuta che lavora con questo tipo di pazienti, non è difficile notare come tali entità nosografiche evochino stati specifici, dipendenti più dalla patologia che dalle caratteristiche personali del terapeuta. I pazienti dipendenti quasi mai evocano le ferite e le reazioni irritate dei cicli invalidanti o di stati di allarmata urgenza così frequenti nel trattamento dei pazienti Bordeline (G. Dimaggio, A. Semerari, 2003).

Articolo di Nicoletta Carta – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano tratto dal sito State of Mind. Clicca qui per leggere l’articolo originale.

Il Disturbo Bipolare

Il Disturbo bipolare

Alti e bassi sono momenti che ognuno di noi può avere nella vita, dovuti alle più svariate cause, ma che non hanno nulla a che vedere con sintomatologie di carattere psicologico.

Nel disturbo bipolare, invece, il soggetto interessato vive “alti e bassi” in maniera estremizzata, come possono essere un atteggiamento espansivo percepito dagli altri come inusuale, un’elevata iperattività, l’iniziare con entusiasmo molte cose ma non portarne nessuna a conclusione, l’aumento della velocità dei pensieri, alternato con comportamenti impulsivi e aggressivi con conseguenze sia lavorative sia personali, una grande irrequietezza, l’essere abnormemente distratti, l’avere molto o pochissimo bisogno di sonno, perdere la capacità di giudizio. Oppure manifestare un’iperattività sessuale, abusare con droghe, alcool o farmaci, avere eccessi maniacali di ipocondria.

Segni che ovviamente nel disturbo bipolare non sono limitati nell’arco di brevi periodi temporali o circoscritti a situazioni contingenti, ma hanno una durata di periodi medio-lunghi, tanto che si parla di episodio maniacale se i sintomi persistono per più di settimana. Il soggetto affetto da disturbo bipolare spesso tende a rovinare i rapporti interpersonali, perdere il lavoro e, in casi estremi, tendere a comportamenti suicidi.

Il disturbo bipolare può essere curato. Si tratta di una malattia compatibile con una vita normale e produttiva, ma prevede un supporto psicologico e delle cure farmacologiche, che spesso possono essere necessarie per tutta la vita.

Come per le malattie cardiologiche e del diabete, il disturbo bipolare è una malattia di lunga durata che deve essere monitorata costantemente durante la vita della persona. Spesso i suoi sintomi non sono di facile riconoscibilità proprio perché, come abbiamo evidenziato, sono atteggiamenti che si ritrovano nella vita di qualunque persona, quello che differenzia il disturbo bipolare è proprio l’estremizzazione e il perdurare di tali atteggiamenti.

La psicoterapia Cognitivo Comportamentale: di cosa si tratta esattamente

Io sono una psicoterapeuta specializzata in psicoterapia Cognitivo Comportamentale. Cerchiamo oggi di capire meglio insieme esattamente di cosa di tratta.

La psicoterapia Cognitivo Comportamentale è una terapia che permette al paziente di prendere consapevolezza dei propri processi emotivi, al fine di ottenere una maggiore stabilità emotiva ed una maggiore capacità di fronteggiare gli eventi negativi.

L’obiettivo della terapia è quello di trasferire al paziente, attraverso tecniche specifiche, le abilità comportamentali e cognitive utili a modificare i pensieri, i comportamenti e le azioni che creano il disagio e la sofferenza psichica e stimolarne l’azione in maniera nuova e diversa, nella direzione del sentirsi meglio, con maggiore sicurezza di sé e più forza nella decisioni da prendere.

Si sviluppa negli anni Settanta integrando due forme di psicoterapia: la terapia Comportamentale e la terapia Cognitiva, sintetizzando gli approcci neocomportamentisti della Rebt, la Rational-Emotive Behavior Therapy, di Albert Ellis, e della terapia cognitiva classica di Aaron Beck.

L’integrazione della Rebt nell’approccio cognitivista standard ha permesso il superamento dello schema nel quale il terapeuta è il solo soggetto attivo della terapia che guida il paziente.

Nella concezione costruttivista è il paziente che, con la supervisione dello psicoterapeuta, va alla ricerca delle sue personali vie di visione del mondo, le più percorribili e le meno rigide per il proprio modo di pensare.

Nel costruttivismo non esiste una realtà oggettiva, uguale per tutti, ma piuttosto una realtà differente a seconda di chi la vive, personale da soggetto a soggetto: l’aiuto dello specialista permette al paziente di trovare e percorrere consapevolmente questa via terapeutica soggettiva. Il terapeuta accompagna il paziente nella ricerca e a ritrovare le risorse che possiede ma non utilizza, in quanto bloccate dal trauma o dall’insicurezza.

Nella Psicoterapia Cognitivo Comportamentale, il legame che si instaura con il terapeuta, la cosiddetta Relazione Terapeutica.

L’approccio cognitivo-comportamentale aiuta nella diagnosi e nella cura di: ansia, attacchi di panico, depressione, distimia o disturbo dell’umore, disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia), disturbo bipolare, disturbo borderline di personalità, disturbo istrionico di personalità, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo paranoide di personalità, disturbo post-traumatico da stress.

La Psicoterapia Cognitivo Comportamentale è riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità fra le terapie più efficaci nella maggior parte dei disturbi emozionali e comportamentali.

Psicofarmaci o terapia psicologica?

Quando andiamo dal medico perché ci sentiamo poco bene sul piano emotivo, quali sono di solito le sue indicazioni? Probabilmente ci prescrive degli psicofarmaci o ci manda dallo psichiatra. Dallo psicologo no, anche se ne facciamo richiesta. Le pillole sono forse meglio di una terapia psicologica?

Tendiamo a preferire la strada più facile, prendere delle pillole e lasciare che i nostri problemi svaniscano… ma in realtà non lo fanno. Restano lì dopo che abbiamo smesso di prendere quei medicinali. Quale può essere, quindi, la soluzione?

“La psicologia, a differenza della chimica, l’algebra o la letteratura, è un manuale per la mente. È una guida per la vita” (Daniel Goldstein).

I problemi degli psicofarmaci

Lo scopo di quest’articolo non è condannare del tutto gli psicofarmaci. La verità è che talvolta sono necessari ed è giusto prenderli.

I dati dicono che in molti paesi europei c’è un’esagerata tendenza a prescriverli, come accennato nell’introduzione di quest’articolo. Al punto che alcune organizzazioni per la tutela dei consumatori hanno richiesto che ne vengano prescritti meno a favore della terapia psicologica.

Gli effetti secondari di questi medicinali sono noti a tutti i professionisti sanitari, effetti riscontrabili sia a lungo che a breve termine. Il problema, però, non è soltanto questo. Infatti, esistono parecchi dubbi sulla loro capacità di trattare alcuni disturbi psicologici, eppure tendono comunque ad essere somministrati in quanto rappresentano la soluzione più economica per un sistema sanitario saturo e al limite del collasso per mancanza di professionisti.

In aggiunta, il loro basso prezzo li rende un’allettante opzione a lungo termine, poiché riescono a contenere molti sintomi. Tuttavia, non agiscono sulla causa del problema e, dunque, rischiano di rendere molti di quei disturbi cronici.

Come si può vedere, esistono pro e contro degli psicofarmaci. Perché, quindi, sono così utilizzati? Da una parte, si trovano gli interessi economici dell’industria farmaceutica. Dall’altra, spesso sono gli stessi pazienti a voler risolvere il proprio malessere prendendo una pillola, richiedendo da parte propria il minimo sforzo.

Perché è meglio la terapia psicologica cognitiva-comportamentale?

Perché il tentativo di risolvere i problemi in maniera rapida e “indolore” si rivela una tattica sbagliata? Perché così facendo non si risolve nessun problema. In parole povere, gli psicofarmaci possono aiutarci a ridurre l’ansia o a migliorare il nostro stato d’animo subito dopo averli presi, nel migliore dei casi.

Ma cosa succede dopo? Cosa accade quando smettiamo di assumerli? Sicuramente il malessere emotivo che ci disturba riaffiorerà. Come mai? Perché non abbiamo appreso nessuna strategia per poterlo gestire. La prima cosa da tenere ben chiara in mente è che la vita è piena di situazioni che ci faranno stare male, ma se non impariamo a sostenere le nostre emozioni negative, queste possono trasformarsi da emozioni passeggere a presenze permanenti nella nostra vita.

Le medicine possono lenire i nostri problemi di depressione o ansia, ma è attraverso una terapia psicologica di qualità che potremo acquisire gli strumenti necessari per controllare da soli le emozioni negative. Strumenti che possono continuare ad essere applicati una volta conclusa la terapia.

Cosa ha di più la terapia psicologica rispetto agli psicofarmaci?

Oltre a fornire strategie per il controllo emotivo da utilizzare durante tutta la nostra vita, la terapia non comporta alcun rischio per la salute né effetti secondari negativi come gli psicofarmaci. Inoltre, si tratta dell’alternativa migliore in termini economici. Ma i vantaggi non finiscono qui.

Per citarne un altro, l’aderenza al trattamento psicologico è maggiore rispetto a quello farmacologico. Il tasso di recupero è più elevato e si riduce notevolmente il rischio di una ricaduta. A sua volta, ciò evita che i disturbi non diventino cronici.

Fermatevi un attimo a pensare: cosa ha più valore, le cose facili o quelle che richiedono uno sforzo da parte nostra? La risposta non può che essere quelle che implicano uno sforzo, che sentiamo essere il prodotto diretto del nostro lavoro, che ci fa sentire meglio.

In questi casi si presentano emozioni come l’allegria e ci sentiamo realizzati. Con la terapia psicologica, non otterremo soltanto degli strumenti per imparare a gestire le nostre emozioni negative, ma potenzieremo anche l’affetto positivo e la nostra autostima.

La terapia cognitivo-comportamentale viene ritenuta, dunque, il miglior trattamento per la cura della maggior parte dei disturbi psicologici. Il trattamento farmacologico è necessario nei casi più gravi e avanzati, ma dovrà comunque essere parte integrante di un trattamento psicologico. È, pertanto, fondamentale ricorrere ad uno psicologo esperto e adeguato per ogni persona.

Articolo tratta dal blog La mente è meravigliosa. Clicca qui per leggere l’articolo.

Qual è la differenza tra ansia e stress?

L’ansia e lo stress sono due condizioni molto simili, ma si distinguono per alcuni aspetti fondamentali. In genere i due termini vengono usati come sinonimi, ma non lo sono. Saper riconoscere l’una e l’altra condizione non è un semplice esercizio teorico. Nella pratica, ci aiuta a definire con più precisione l’intensità o la gravità di questi malesseri.

Alla difficoltà di stabilire delle differenze tra ansia e stress si aggiunge anche il fatto che esistono diversi tipi di stress e di ansia. Talvolta la classificazione parte dall’intensità dei sintomi. Ad esempio, si parla di stress cronico o di ansia generalizzata. Altre volte, invece, si stabiliscono le varie categorie di malessere in base alla fonte o al fattore scatenante. Ad esempio, stress lavorativo o ansia da abbandono.

Ci sono elementi comuni a tutte le forme di stress e lo stesso vale per l’ansia. Per chiarire tutto questo, vediamo le principali differenze tra stress e ansia.

Le cause dello stress e dell’ansia sono diverse. Nel caso dello stress, la causa scatenante è facilmente identificabile. Si verifica quando una persona deve affrontare una determinata situazione, ma non ha, o non crede di avere, le risorse per farlo. Lo stesso vale quando deve svolgere un’attività o qualsiasi altro compito. L’ansia, invece, ha un’origine più diffusa. La minaccia o il pericolo molte volte non sono identificabili. Di fatto, in molti casi, non c’è una ragione obiettiva che spieghi questo stato di inquietudine, tuttavia lo si prova ugualmente. D’altra parte, l’ansia è molto sensibile al condizionamento e all’anticipazione e può essere una conseguenza dello stress (pressione).

Un altro elemento che distingue lo stress dall’ansia riguarda le emozioni o le sensazioni predominanti. Nel caso dello stress, è frequente soprattutto la preoccupazione. Può essere definita come uno stato in cui si mescolano nervosismo e frustrazione. Può includere irritabilità e, a volte, anche tristezza.

Nel caso dell’ansia, l’emozione predominante è la paura. Si tratta di una sensazione di pericolo imminente che tende a crescere come una palla di neve che poi diventa una valanga. È un’emozione invasiva che si estende e perdura, generando grande malessere nello stato d’animo. La paura porta alla perplessità e, in casi più gravi, ad un vero e proprio blocco o paralisi.

I fattori scatenanti

In generale, lo stress dipende da fattori esterni, mentre l’ansia da fattori interiori. Non è sempre facile distinguere gli uni dagli altri. Quello che fa la differenza è la presenza di uno stimolo estraneo all’individuo o meno a seconda del caso.

Lo stress si manifesta in presenza di fatti o situazioni specifici che riguardano l’ambiente in cui si vive. Può essere il lavoro, un’attività particolare, il trasferimento in un determinato posto, ecc. L’ansia, invece, dipende dalla persona che la prova, la quale crea e alimenta pensieri catastrofici e sensazioni angosciose, indipendentemente dall’ambiente circostante.

La percezione del tempo

Dicono che lo stress sia un eccesso di presente, mentre l’ansia un eccesso di futuro. Per chi è sotto stress, il presente sembra infinito. Crede di non poter uscire dalla situazione in cui si sente intrappolato. Non vede il modo di cambiare ciò che lo preoccupa. Si sente come se fosse condannato a soffrire l’impatto di un determinato stimolo.

In caso di ansia, la persona ha paura di ciò che potrebbe accadere, ma che non è accaduto. Questa cosa potrebbe anche essersi verificata, ma la persona in questione non ha alcun potere di controllo. Molte volte non sa nemmeno di cosa si tratta. Semplicemente anticipa tutte le possibili cose negative o catastrofiche. L’ansioso non riesce ad essere obiettivo verso il presente perché vive in funzione di qualcosa di “terribile” che accadrà o che è accaduta e fantastica sulle conseguenze senza possibilità di intervento.

La scomparsa dei sintomi

Se ciò che causa stress ad una persona è la visita dal dentista, una volta fatta, l’inquietudine sparirà. Questa è una caratteristica distintiva dello stress: scompare quando viene meno lo stimolo, si supera la situazione conflittuale o si risolve la difficoltà.

L’ansia, invece, tende a perdurare. Tornando all’esempio fatto in precedenza, se una persona ansiosa va dal dentista, la sua paura non scompare una volta terminata la visita. Immagina di poter perdere tutti i denti o che il suo problema è solo il sintomo di una malattia ben più grave che sta cominciando a svilupparsi. L’ansia si alimenta di un’immaginazione esagerata e negativa.

In definitiva, conoscere le somiglianze e le differenze tra ansia e stress è un modo per identificare meglio il problema o il malessere che vi affligge davvero. Se lo stress dura a lungo, l’ideale sarebbe chiedere aiuto, perché significa che non riuscite a risolvere una situazione conflittuale che vi sta facendo male. È consigliabile anche consultare uno specialista se credete di soffrire di ansia, una paura che sembra non avere capo né coda.

Articolo tratto dal blog La mente è meravigliosa. Clicca qui per leggere l’articolo.