Buon anno

“Le sono davvero riconoscente per l’aiuto che mi ha dato a riattraversare tanti miei nodi”. Questo è il messaggio che ho ricevuto da una mia paziente e voglio condividerlo con tutti voi, per ringraziarvi della fiducia che mi avete dato in questo anno appena trascorso. E come diceva Antoine de Saint-Exupéry, ricordiamoci che “Per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio”. Buon anno nuovo!

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Risolvere o accettare?

L’obiettivo della psicoterapia da raggiungere è quello di smussare gli aspetti problematici accettando e rendendo tollerabile ciò che risulta intollerabile.

Quello che possiamo ragionevolmente promettere ai pazienti è lo smussamento degli angoli, un migliore adattamento esistenziale ma il miracolo inverso alla quadratura del cerchio che non ho mai sentito dire ma potrebbe chiamarsi la cerchiatura del quadrato, non è affatto detto che avvenga dipendendo anche da molteplici fattori esterni alla psicoterapia.

Risolvere o accettare se stessi?
A volte già per telefono al momento di prendere l’appuntamento o nella prima seduta o, al più tardi, dopo i primi incontri di assessment arriva la fatidica domanda “lei, dottore, pensa che riuscirò a risolvere questi problemi, potrò davvero guarire?” L’angoscia e l’urgenza che la accompagna è proporzionale sia alla durata del disturbo che ai tentativi di terapia già tentati.

Traspare spesso scoraggiamento e rassegnazione che il terapeuta può sentire come sfiducia nei suoi confronti e pessima premessa per il lavoro da iniziare. Per questo rischia di mostrarsi esageratamente fiducioso e ottimista promettendo facili successi che il paziente peraltro ha già verificato su internet essere poco probabili.

In primo luogo va evitato di criticare i precedenti curanti ( cosa che mi capita di ascoltare frequentemente come paziente) definendoli incapaci e in malafede e ponendosi come il salvatore della patria. Sarete i primi della lista quando riferirà di voi al prossimo terapeuta. Utile è rimandare la risposta al momento della restituzione dell’assessment in sede contrattuale quando sarà più chiaro il problema e l’adesione del paziente al metodo di lavoro illustrato.
La stessa domanda si ripresenterà più avanti in momenti di bilancio del lavoro svolto magari associata al riconoscimento di quanto raggiunto “indubbiamente, dottore, sto molto meglio ma ho proprio l’impressione che certe cose non cambieranno mai, non credo dottore che chi nasce quadrato possa morire tondo”. La risposta stizzita che una volta mi scappò di getto di fronte a questa geometrica metafora della nostra impotenza fu “ Il problema è perchè a chi nasce quadrato non sta bene di avere 4 lati e 4 angoli retti” che poi articolai dicendogli “credo che gli spigoli potremo smussarli ma certamente anche io non credo che sarà mai un cerchio di Giotto, ma il problema è vederne i vantaggi e le opportunità e non accanirsi in un rifiuto della propria natura che, in parte genetica, in parte appresa è comunque un modo di stare al mondo che le ha garantito finora la sopravvivenza.”

Accettazione: rendere tollerabile ciò che risulta intollerabile
Introduco così al paziente il tema del problema secondario che, ricordo, i vecchi maestri che mi hanno insegnato la RET dicevano fosse la prima cosa da affrontare e che, mi perdonino per la semplificazione gli amici teorici di questo approccio, rappresenta il focus di intervento della recente “terapia metacognitiva”. Ricordo con vividezza il grande Cesare De Silvestri raccomandarci di esplorare in prima seduta come il paziente si rappresentava la sua vita futura se il sintomo non fosse stato risolto. Qualora il paziente avesse risposto che non voleva neppure pensarci, che lo riteneva intollerabile, il primo lavoro da fare era proprio quella di rendere più articolata, costruita, pensabile e dunque meno spaventosa questa prospettiva.

Rifacendoci alla precedente distinzione tra psicoterapia normale e rivoluzionaria, quello che possiamo ragionevolmente promettere è lo smussamento degli angoli, un migliore adattamento esistenziale ma il miracolo inverso alla quadratura del cerchio che non ho mai sentito dire ma potrebbe chiamarsi la cerchiatura del quadrato, non è affatto detto che avvenga dipendendo anche da molteplici fattori esterni alla psicoterapia.

Immagino la delusione nei vostri occhi che rispecchiano la stessa emozione nello sguardo del paziente che aggiungerà “allora mi devo rassegnare?” Cercherò ora di argomentare che non di rassegnazione si tratta ma di accettazione e che essa rappresenta una forma di guarigione ben più profonda e solida.
Parto da un esempio clinico “i disturbi d’ansia” nei quali l’accettazione prende il nome più specifico di “accettazione del rischio”. In tutti, c’è il timore del verificarsi di un evento ritenuto molto probabile e assolutamente catastrofico ed intollerabile. Un intervento magari rapido ma certamente di basso livello e scarsamente risolutivo si muove nell’ordine della rassicurazione che già parenti e amici hanno inutilmente tentato. Si tratta in sostanza con l’autorevolezza che il ruolo ci conferisce e la competenza che ci consente di evidenziare i bias cognitivi all’opera di dimostrare al paziente che sovrastima enormemente la possibilità che l’evento temuto si verifichi realmente. Detto in parole povere “tranquillo non accadrà”, evidente bugia a meno che non abbiate capacità divinatorie e perigliosa illusione che può spingere il paziente ancora di più sulla scivolosa strada della ricerca della certezza assoluta.

Nessuno può garantire che un certo evento non accada. Un intervento più profondo che un tempo chiamavamo con parola impronunciabile “decatastrofizzazione” sostituibile con la più foneticamente semplice “accettazione” consiste invece nel considerare l’ipotesi negativa e renderla meno impensabile. Si tratta di costruire gli scenari del presunto “day after” per renderlo meno catastrofico per quanto sgradevole. Lo si può fare partendo dall’osservazione di altri che stanno vivendo la stessa situazione. Da ricordi personali in cui si è vissuto qualcosa di analogo per arrivare poi a sperimentarlo con compiti prima immaginativi e poi in vivo. Si può far ossevare anche il fatto che tutti gli esseri umani quando si trovano davvero in una situazione che ritenevano intollerabile ( sia essa una grave malattia, una invalidità o un lutto) sanno cavarsela trovando risorse insperate e scoprendo che “il diavolo non è poi così brutto come lo si dipinge”).

Persino i lamentosi ipocondriaci quando arriva la loro ora mostrano freddezza e dignità insospettabili. Ora tra due bambini che hanno paura del buio direste che è guarito di più quello che si è convinto che la luce non se ne andrà mai, o quello che si è fatto persuaso che nel buio non c’è niente di pericoloso ma solo molte scomodità? Per dirla in termini più teorici mentre la rassicurazione si muove a livello delle strategie previsionali e di fuga per evitare di finire nell’antiscopo ( l’evento temuto), l’accettazione tende a non renderlo più tale declassificandolo a stato non preferito. Ogni antiscopo o come altro lo si voglia chiamare (stato doloroso, punto di fuga, area taboo, ombra) viene eliminato rendendo inutili le strategie coatte ( spesso appunto i sintomi) che si attuavano per starne alla larga e si aumentano i gradi di libertà della persona di decidere la propria vita e questo è il massimo successo della psicoterapia.

 

Tratto dalla rubrica “Ciottoli di Psicopatologia generale” pubblicata sul sito “State of Mind” al seguente link: clicca qui per l’articolo completo.

 

 

Superare i disturbi psicologici si può

Superare i disturbi psicologici si può.

Circa una persona su cinque, nel corso della vita, ha soddisfatto i criteri diagnostici per almeno uno dei disturbi psicologici più conosciuti. I disturbi psicologici maggiormente diffusi nella nostra società riguardano la dimensione ansioso-depressiva.

L’indagine Istat 2014 ha mostrato un trend di peggioramento dello “stato di salute psicologica” degli italiani. Una conferma di quanto l’Istituto Superiore di Sanità aveva già evidenziato riscontrando un disturbo depressivo nel 7% della popolazione, con prevalenza tra giovani e donne. Le stime indicano che otto milioni di italiani soffrono di stati d’ansia, quattro di depressione, altri quattro hanno problemi di insonnia e oltre un milione soffre di disturbo post- traumatico da stress: in tutto, sono 17 milioni gli italiani che soffrono di un chiaro disagio psicologico. Ed una quota di questi sono bambini, ragazzi e giovani.

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La Depressione : come si manifesta

 

Può capitare una giornata storta, in cui siamo giù di corda, tristi, più irritabili del solito e “ci sentiamo un po’ depressi”. Molto probabilmente non si tratta di un disturbo depressivo, ma di un calo d’umore passeggero.

La depressione clinica invece è un disturbo dell’umore e presenta sintomi frequenti e intensi stati di insoddisfazione e tristezza e si perde il piacere nelle comuni attività quotidiane. Le persone che soffrono di depressione vivono in una condizione di frequente umore negativo, con pensieri negativi e pessimisti circa sé stessi e il proprio futuro.

La depressione si manifesta con diversi livelli di gravità e attraverso sintomi di tipo fisico, emotivo, comportamentale e cognitivo.

I sintomi fisici più comuni sono la perdita di energie, il senso di fatica, i disturbi della concentrazione e della memoria, l’agitazione motoria ed il nervosismo, la perdita o l’aumento di peso, i disturbi del sonno, la mancanza di desiderio sessuale, i dolori fisici, il senso di nausea, l’eccessiva sudorazione, il senso di stordimento, l’accelerazione del battito cardiaco e le vampate di calore o i brividi di freddo.

Le emozioni tipiche provate da chi è depresso sono la tristezza, l’angoscia, la disperazione, il senso di colpa, il vuoto, la mancanza di speranza nel futuro, la perdita di interesse per qualsiasi attività, l’irritabilità e l’ansia.

Da ciò derivano i principali sintomi comportamentali, come la riduzione delle attività quotidiane, la difficoltà nel prendere decisioni e nel risolvere i problemi, l’evitamento delle persone e l’isolamento sociale, i comportamenti passivi, la riduzione dell’attività sessuale e i tentativi di suicidio.

I disturbi d’ansia
L’ansia, è uno stato fisiologico e psicologico caratterizzato da componenti cognitive, somatiche, emotive e comportamentali. L’ansia, sorella più evoluta rispetto alla paura e squisitamente umana, segnala una minaccia meno evidente, il disagio è più prolungato, è meno intensa della paura e sia l’esordio che la fine sono meno netti.

I disturbi d’ansia sono differenti l’uno dall’altro per la tipologia di oggetti o di situazioni che provocano paura, ansia oppure comportamenti di evitamento, e per l’ideazione cognitiva associata. Differiscono dalla normale paura o ansia evolutive perché sono eccessivi o persistenti rispetto allo stadio di sviluppo. Le persone che soffrono di disturbi d’ansia sopravalutano il pericolo nelle situazioni che temono o evitano.

Ansia e depressione: le cause
Secondo le teorie cognitive esiste una connessione fra disturbi psicologici e disturbi del pensiero. In particolare l’ansia e la depressione sono caratterizzate da pensieri automatici negativi e distorsioni di interpretazione della realtà. Si ritiene che le interpretazioni o i pensieri negativi derivino dall’attivazione di convinzioni negative immagazzinate nella memoria a lungo termine.

Le convinzioni sono costrutti di base riguardanti sé e il mondo che hanno carattere assoluto e generale (per es. “sono fragile” “il mondo è un posto pericoloso”) e che vengono considerate come vere.

In memoria conserviamo anche gli assunti che sono la rappresentazione delle relazioni specifiche fra eventi e valutazioni riferite a sé (per es. “se ho dei sintomi fisici inspiegabili, devo essere gravemente malato”).

Il contenuto degli schemi mentali disfunzionali dipende in modo specifico dal tipo di disturbo psicologico. Gli schemi dell’ansia consistono in convinzioni e assunti relativi al pericolo (Beck, Emery e Greenberg, 1985) e all’incapacità di fronteggiare una situazione.

Nella depressione invece gli schemi sono incentrati sui temi della triade cognitiva negativa (Beck,1976) ossia quel sistema di convinzioni negative su noi stessi, sul mondo e sul nostro futuro che si costituiscono sin dall’infanzia. Gli schemi disfunzionali introducono delle distorsioni nell’elaborazione e nell’interpretazione delle informazioni che riceviamo dall’ambiente, sottoforma di pensieri automatici negativi all’interno del flusso di coscienza.

Più la nostra tendenza a leggere le avversità in questa prospettiva è stabile e rigida, più siamo vulnerabili a fare esperienza di episodi depressivi. Questa tendenza delle persone, secondo la teoria metacognitiva, dipende da una eccessiva e incontrollabile ripetizione astratta di pensieri negativi in qualche modo collegati all’evento/problema, chiamata ruminazione.

Il pensiero negativo reiterato è una caratteristica della maggioranza dei tipi di dinfunzione psicologica. La depressione è associata prevalentemente alla attività di ruminazione e l’ansia è associata alla preoccupazione. Questi due generi di pensiero sono simili per diversi aspetti ma possono anche essere distinti (Papageorgiou e Wells, 1999).

La preoccupazione è un aspetto che contraddistingue in modo particolare il DAG (disturbo d’ansia generalizzato). Secondo gli studi sulla preoccupazione, questa può essere considerata un modo sistematico per affrontare le difficoltà (Wells, 1995) ma può anche svolgere una funzione di evitamento cognitivo e le persone con disturbo DAG (disturbo d’ansia generalizzato) se ne servono per distrarsi da immagini più angoscianti.

Interventi efficaci: la Terapia Cognitivo-Comportamentale
I disturbi psicologici vengono diagnosticati e trattati in media solo nel 30% dei casi e quando trattati ricevono spesso una cura non sempre appropriata fatta solo di farmaci (sempre di più anche nei bambini o adolescenti) e somministrati per lunghi periodi (con evidenti effetti collaterali). Il consumo di antidepressivi ed ansiolitici, secondo i dati dell’Agenzia Italiana del farmaco, è notevolmente aumentato in Italia negli ultimi dieci anni.

Tale situazione deriva da un crescente (e costoso) “gap” tra le evidenze scientifiche e cliniche e l’organizzazione sanitaria. Infatti oggi disponiamo di dati sufficienti per affermare l’efficacia ed i vantaggi economici della psicoterapia.

Solo il 60% di chi riferisce sintomi depressivi ricorre all’aiuto di qualcuno, rivolgendosi soprattutto a medici/operatori sanitari.

Quando ansia e depressione hanno delle ripercussioni sulla vita di tutti i giorni, l’attività scolastica o lavorativa è compromessa e prevale la tendenza al ritiro sociale, col passare del tempo vengono compromesse le relazioni con partner, figli, amici e colleghi, ed è importante quanto prima un intervento clinico che possa aiutarci a uscire dal problema e prevenire le ricadute.

La psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale rappresenta la soluzione più efficace per affrontare e superare il disturbo depressivo maggiore, in modo definitivo (NICE, 2011).

Attraverso il colloquio psicoterapeutico cognitivo la persona è incoraggiata ad apprendere tre abilità principali (Ruggero, Sassaroli 2013):

  1. Saper riconoscere il legame tra sofferenza emotiva ed elaborazione cognitiva consapevole ed esplicita, ossia ciò che provo e penso posso esprimerlo verbalmente;
  2. Saper mettere in discussione la validità di questi pensieri, il loro valore di verità e di utilità;
  3. Saper costruire nuovi pensieri più veri, e soprattutto più utili, che andranno a sostituire quelli vecchi, nelle situazioni quotidiane e quindi genereranno emozioni e comportamenti differenti.
    Quindi nuovi pensieri, nuove esperienze emozionali, nuove azioni utili per affrontare meglio le difficoltà e generare una migliore qualità di vita.

La Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia mira a eliminare i timori esagerati e i comportamenti di controllo ed evitamento che mantengono i Disturbi d’Ansia (Beck, 1976; Wells, 1997), nel tentativo di riacquisire un senso di sicurezza e di confidenza nelle attività della vita quotidiana.

Nella recente review di Caselli e collaboratori (Caselli et al., 2016) sull’efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale nei disturbi d’ansia, per esempio per il Disturbo di Panico la Terapia ha mostrato la sua efficacia con miglioramenti nel 78% dei casi (Öst, 2008), con indici elevati di stabilità nel tempo (Norton e Price, 2007).

Articolo tratto dal sito “State of Mind”. Clicca qui per l’articolo originale.

 

Dove le menti rigide vedono falsità, le menti flessibili vedono seconde opportunità

Non vi siete mai chiesti perché alcune persone non sono in grado di trovare soluzione ai problemi e altre, invece, si adattano facilmente alle diverse situazioni?

La risposta sta nel fatto che le persone si relazionano tra loro in modo diverso a seconda delle aspettative, delle esperienze passate, dei valori e degli stati emotivi personali. In questo senso, le persone flessibili interagiscono meglio con gli altri e in modo più sano.

La rigidità cognitiva è una caratteristica delle persone che non osano cambiare opinione e non sono in grado di accettare nuove idee alternative. Al contrario, ci sono persone con una mentalità critica, aperta e che riconoscono il cambiamento. Secondo lo psicologo Walter Riso, la forza del pensiero flessibile risiede nel fatto che, nonostante gli ostacoli, permette di reinventare se stessi e di essere flessibili agli eventi della vita senza lamentarsi.

Riso sostiene che una persona con un atteggiamento critico, giusto ed integro ha uno stile di vita aperto e sano, genera meno stress, più felicità e meno violenza. Non solo vivrà meglio, ma contribuirà anche al benessere della sua comunità

Le persone rigide sono più propense a sviluppare depressione. Le persone con una mentalità rigida selezionano solo ciò che è in linea con i loro pensieri e ignorano le informazioni contraddittorie. Non tengono conto delle sfumature, dunque insistono a restare sulle loro opinioni, su ciò che dicono o fanno fino all’estremo, anche l’evidenza dimostra che sbagliano. Arrivano a mentire, insultare e a disprezzare pur di aver ragione e non soccombere all’incertezza che deriverebbe dall’avere torto.

Le menti rigide e assolutiste vivono i cambiamenti come una debolezza e preferiscono evitare tutto ciò che sia in disaccordo con il loro pensiero, per questo corrono il rischio di sviluppare certi disturbi, come la depressione. Queste persone traggono conclusioni senza avere informazioni a sufficienza e si sentono obbligate ad agire, in un certo senso, senza approfondire né ascoltare l’opinione dei loro oppositori.

Sono persone che pensano che chi non è dalla loro parte o non la pensa come loro, allora è contro di loro. Questo modo di pensare è alimentato dalla paura di scoprire di essere in torto e di rendersi conto che la loro vita si basi su false credenze. Hanno una paura estrema di perdere la sicurezza di leader, dei più saggi o più lucidi, di non essere in grado o preparati ad affrontare le esigenze che un cambiamento comporta.

Il potere delle menti flessibili. Le persone dalla mente flessibile si distinguono perché cambiano mentalità in modo graduale e identificabile. Sono persone equilibrate, giuste, rispettose degli altri e cercano sempre di evitare l’esclusione. Non vacillano di fronte ai pensieri superficiali ed incoscienti che di solito inducono ad una spirale di negatività e sofferenza.

Le persone flessibili cercano di liberarsi degli obblighi e dei “dovrei”, degli automatismi irrazionali che si nutrono di richieste inflessibili a se stesse, agli altri, al mondo in generale. Rifiutano qualsiasi forma di autoritarismo o totalitarismo individuale.

La neuroscienza ci dice che possiamo cambiare mentalità creando nuove connessione neuronali nel cervello rafforzandole con il nostro pensiero. Per questo motivo, il vero cambiamento di mentalità risiede nel cervello e nei neuroni che usiamo nel pensare e nel comportarci in un determinato modo.

Di conseguenza, le menti flessibili vedono la vita da diversi punti di vista, accettando il fatto che a volte si possono sbagliare, invece le menti rigide vedono il loro modello di pensiero come il solo e unico.

Tutti ci siamo sbagliati nel giudicare una persona ad una prima impressione e questa è diventata poi uno dei nostri migliori amici. Se questa persona continuasse a pensare all’opinione che avevamo inizialmente di lei, utilizzerebbe un modo di pensare rigido e assolutista che non corrisponderebbe alla realtà del presente.

Le persone mentalmente rigide hanno difficoltà a perdonare e ad accettare la loro responsabilità o parte di colpa nei problemi, per questo riescono a vedere solo falsità dove ci sono seconde opportunità.

Articolo tratto dal blog “La Mente è Meravigliosa”. Clicca qui per l’articolo.