La Pazza Gioia

Oggi voglio consigliarvi un film italiano davvero fatto bene, che mostra il disagio mentale con accuratezza e serietà, ma nello stesso tempo in maniera leggera e ironica, con un approccio al trattamento “non contenitivo” ma basato sul coinvolgimento del paziente in attività sociali e di presa coscienza del proprio disagio ma anche della possibilità, se accuratamente seguito, di definirlo e gestirlo.

Il film è “La Pazza Gioia” di Paolo Virzì, da poco uscito nella sale cinematografiche, con l’interpretazione ottima di due brave attrici, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, e la consulenza scientifica di autorevoli psichiatri e psicologi italiani, che ho avuto il personale piacere di conoscere.

Clicca qui per il link al trailer del film.

Pazza Gioia

Tenere lo stress sotto controllo

Prendersi cura del proprio benessere psichico significa anche prendersi cura del proprio corpo, insegnamento che viene già dai latini nel motto “Mens sana in corpore sano”.

Cosa significa esattamente? Stress, ansia, forti emozioni, dolore, paura non solo ci fanno stare male a livello psicologico ma anche a livello fisico e nella maggior parte delle persone a risentirne è l’apparato digerente. Nell’intestino risiede un vero e proprio sistema nervoso enterico che regola tutte le funzioni della digestione. Al passaggio del cibo, le cellule dell’intestino inviano numerosi segnali al cervello. Questo sistema nervoso presente nell’intestino, tuttavia, non reagisce solamente al cibo ma anche alle sensazioni e alle emozioni che si ricevono dall’esterno. Ecco che spesso i disordini intestinali – colite, meteorismo, “il provare un blocco allo stomaco” – sono strettamente legati alle variazioni dell’umore.

Piccole azioni possono evitare l’insorgere di questi problemi:

  • concedersi sempre le giuste ore di sonno;
  • evitare di rimuginare troppo sulle esperienze negative o sulle cose da fare;
  • cercare sempre di ritagliarsi dei momenti per sé e per chi si ama, rilassandosi, uscendo all’aria aperta, facendo attività fisica, dedicandosi ai propri hobby;
  • un’attività creativa o sportiva può aiutare a liberarsi dallo stress accumulato durante il giorno, a differenza del restare passivi davanti alla tv, che può invece aumentare l’insofferenza, la noia, il malumore, i pensieri negativi.

Meno stress permette di stare meglio e previene l’insorgere dell’ansia in situazioni di disagio, aiutando a controllare meglio le proprie reazioni negative.

 

zen

La terapia cognitivo comportamentale nel trattamento dell’ansia

La Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia si è dimostrata ampiamente valida, tanto da essere introdotta nelle linee guida internazionali che indicano i percorsi di cura più adeguati per le diverse patologie.

La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) fin dalla sua nascita risulta strettamente correlata alla ricerca in ambito psicologico. Da subito gli autori che l’hanno fondata hanno testato le loro ipotesi sottoponendole a falsificazione, creando modelli aggiornati, avvicinandosi il più possibile alla scienza e allontanandosi gradualmente dalla matrice filosofica.

Questo atteggiamento ha costituito un punto di forza che ha permesso un notevole sviluppo della scienza psicologica, determinando la pubblicazione di numerosi lavori su diversi disturbi. Una delle aree in cui la Terapia Cognitivo Comportamentale ha maggiormente dimostrato la sua efficacia è da sempre quella dei disturbi d’ansia: in questo campo, la Terapia Cognitivo Comportamentale si è ampiamente dimostrata valida, tanto da essere introdotta nelle linee guida internazionali che indicano i percorsi di cura più adeguati per le diverse patologie.

La Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia mira a eliminare i timori esagerati e i comportamenti di controllo ed evitamento che mantengono i Disturbi d’Ansia (per una descrizione completa si veda Beck, 1976; Wells, 1997), nel tentativo di riacquisire un senso di sicurezza e di confidenza nelle attività della vita quotidiana. Per raggiungere tale obiettivo, la Terapia Cognitivo Comportamentale si serve di:

Interventi psicoeducativi – al paziente vengono fornite nuove modalità di lettura di pensieri e stati d’animo.
Tecniche di esposizione – si stabiliscono con il paziente graduali step per affrontare l’evento o la situazione temuti, in modo da confrontarsi con le paure temute in diversi contesti, solitamente da quello meno fastidioso al più spaventoso.
Eliminazione dei comportamenti di controllo – a volte talmente abituali da risultare automatici, i comportamenti di controllo sono tutte le azioni messe in atto per prevenire l’evento temuto (evitare di andare in certi luoghi, di trovarsi in determinate situazioni, …). Spesso sono proprio i costi che le strategie di controllo implicano a convincere la persona del bisogno di aiuto.
Ristrutturazione cognitiva – si identificano e discutono i pensieri che mantengono la sintomatologia ansiosa, ad esempio le convinzioni di pericolo o la tendenza a catastrofizzare un evento spiacevole.
Nella recente review di Caselli e collaboratori sull’efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale nei disturbi d’ansia, gli autori scrivono:

In sintesi, il processo di cambiamento avviene attraverso un circuito che prevede: (1) l’identificazione dei timori nucleari e dei comportamenti di evitamento/controllo, (2) la disputa verbale delle credenze che sostengono la risposta ansiosa, (3) l’esposizione a situazioni temute con la riduzione di evitamento e controllo, (4) l’uso di esperimenti comportamentali per acquisire nuove conoscenze

Caselli e colleghi hanno effettuato un lavoro di meta-analisi, analizzando le pubblicazioni indicizzate su MEDLINE e PSYCHINFO degli ultimi 15 anni, considerando tutti i vari modelli teorici nati entro la cornice della Terapia Cognitivo Comportamentale.

La Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia
Il Disturbo di Panico

La Terapia Cognitivo Comportamentale per il Disturbo di Panico si svolge solitamente in 8-12 sedute e ha mostrato la sua efficacia con miglioramenti nel 78% dei casi (Öst, 2008), con indici elevati di stabilità nel tempo (Norton e Price, 2007).

Il Disturbo d’Ansia Sociale

Con una durata media di 12 sedute, il Disturbo d’Ansia Sociale viene superato dal 76% dei pazienti in modo stabile (Öst, 2008, Norton & Price, 2007). In particolare, ciò che aumenta l’efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia sociale è il procedimento di ristrutturazione cognitiva, che porta al raggiungimento di risultati migliori rispetto alla sola esposizione (Ougrin, 2011).

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Tecniche di esposizione e controllo della risposta e terapia cognitiva hanno mostrato entrambe risultati stabili nel tempo e paragonabili all’intervento farmacologico con antidepressivi, con una media di 15 sedute (Otto et al., 2004, Abramowitz, 1997; van Balkom et al., 1994; Ougrin 2011). Franklin e Foa (2002) affermano che le tecniche di esposizione e controllo della risposta, perché efficaci, devono essere applicate rigorosamente, con esposizioni di almeno 90 minuti. Nel caso del Disturbo Ossessivo Compulsivo, solo il 21% dei pazienti mostra miglioramenti alla fine di una terapia cognitiva. Questo dato può essere spiegato dal fatto che risulta ancora poco sviluppato un modello univoco che guidi la parte cognitiva dell’intervento, mentre gli interventi proposti agiscono per lo più a livello comportamentale.

Disturbo d’Ansia Generalizzata

Il livello di ansia e la frequenza delle preoccupazioni si riducono significativamente nel 53% dei pazienti che svolgono un percorso di Terapia Cognitivo Comportamentale per l’Ansia Generalizzata.

Il percorso consiste solitamente di 12 sedute, in cui vengono utilizzate tecniche propriamente cognitive affiancate a esercizi comportamentali (Deacon & Abramowitz, 2004). Le difficoltà rispetto alla creazione di un protocollo maggiormente efficace potrebbero riguardare l’assenza di un target altamente specifico, in un disturbo che ha come caratteristiche preoccupazioni generalizzate e relative a diversi ambiti della vita quotidiana.

Disturbo da Stress Post Traumatico

Nel caso del Disturbo da Stress Post Traumatico, il 66% dei pazienti presenta una riduzione dei livelli di ansia, pensieri intrusivi e evitamenti in seguito a una terapia cognitivo comportamentale (Öst, 2008). In media, il trattamento dura 9,5 sedute e l’efficacia della terapia cognitiva è paragonabile a quella della più recente EMDR.

Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia e terapia farmacologica
Il farmaco agisce sull’arousal correlato all’ansia riducendolo, con la diminuzione dei sintomi correlati. Tuttavia, quando il farmaco viene interrotto, la sintomatologia può ripresentarsi, anche dopo lunghi periodi di assunzione (Mavissikalian, Perel e de Groot, 1993).

Negli ultimi anni, si è analizzata l’efficacia dell’intervento farmacologico nel breve termine, la stabilità dei risultati e i possibili vantaggi di un intervento combinato. Le meta-analisi considerate hanno evidenziato risultati migliori per la Terapia Cognitivo Comportamentale dell’ansia, in termini di aderenza al trattamento (Otto et al., 2004), stabilità dei risultati e rapporti costo-efficacia (Layard, Clark, Knapp e Mayraz, 2007). Le ricerche che hanno indagato possibili vantaggi derivanti da un trattamento integrato non hanno portato a risultati certi, evidenziando invece che, nei casi di trattamento integrato, l’interruzione della terapia farmacologica può aumentare la probabilità di ricaduta.

Efficacia relativa di interventi comportamentali e cognitivi
Uno dei pregi della Terapia Cognitivo Comportamentale è quello di saper integrare tecniche che si sono mostrate efficaci e renderle flessibili al trattamento del disturbo specifico. Per questo motivo, non sembra esserci una prevalenza nell’efficacia di un intervento propriamente comportamentale rispetto a una tecnica maggiormente cognitiva. Si è riscontrato inoltre che l’utilizzo di più tecniche combinate non mostra risultati significativamente migliori rispetto all’applicazione di un solo protocollo. Questo suggerisce che, per i disturbi d’ansia, l’applicazione di un intervento lineare e forse più semplice sarebbe da preferire, in prima battuta, all’utilizzo di più tecniche unite tra loro.

Terapia Cognitivo Comportamentale: evoluzione nel tempo
Öst (2008) sottolinea come gli studi più datati evidenzino una maggior efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia rispetto agli studi più recenti, pur mantenendo ad oggi la validità che le permette di essere citata di diritto nelle linee guida internazionali. Questo trend potrebbe essere spiegato da: (a) la recente diffusione di una tipologia di disturbi ansiosi maggiormente gravi e difficili da trattare; (b) una maggior aderenza al protocollo nei primi studi, spesso condotti dal teorico autore dell’intervento; (c) la tendenza, negli ultimi anni, ad applicare interventi brevi, con un numero di sedute sempre più ridotto, proponendo a volte un intervento meno efficace.

Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia: la terza ondata
Clinici e ricercatori hanno cercato nel tempo di superare i limiti della Terapia Cognitivo Comportamentale classica, dando origine a diverse forme di psicoterapia che vengono a loro volta messe alla prova dagli studi di efficacia. Le più note vengono studiate e applicate da più di vent’anni (ad esempio Mindfulness Based Interventions, Dialectical Behavior Therapy, Acceptance and Commitment Therapy), ma ad oggi non sono presenti studi che dimostrino in modo univoco maggiori miglioramenti rispetto alla Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia, che rimane spesso il trattamento di prima scelta.

Articolo tratta dal sito State of Mind. Clicca qui per l’articolo originale.

 

La gestione dell’ansia

Il processo di gestione dell’ansia passa attraverso interventi cognitivi, con la ristrutturazione dei pensieri disfunzionali, e interventi comportamentali. Una certa quota di ansia è dunque utile nella quotidianità, ma, in alcune situazioni, quando è eccessiva, può bloccare l’individuo, trasformarsi in panico e può diventare patologica. Torna allora utile trovare strategie per la gestione dell’ansia.

La parola ansia deriva dal termine latino anxius che significa affannoso, inquieto, a sua volta da angere, che vuol dire stringere, soffocare.

L’ansia è un’emozione naturale, di per sé utile all’adattamento. Basti pensare che, senza ansia e paura, l’uomo non sarebbe sopravvissuto e non sopravvivrebbe ai pericoli. L’ansia è un’alleata nel momento in cui bisogna affrontare una prova, una situazione in cui è necessaria una notevole dose di attenzione e concentrazione. Una certa quota di ansia è dunque utile nella quotidianità, ma, in alcune situazioni, quando è eccessiva può bloccare l’individuo, trasformarsi in panico e può diventare patologica. Torna allora utile trovare strategie per la gestione dell’ansia

L’ansia viene sperimentata quando gli esseri umani credono di essere esposti ad una minaccia più o meno imminente e grave. L’ansia è generata non dall’evento in sé, ma dai pensieri che facciamo su quello che sta accadendo (o accadrà).

In cosa differiscono l’ansia e la paura
L’ansia e la paura sono due emozioni simili nella loro manifestazione fisiologica (attraverso sintomi fisici quali tachicardia, respirazione affannosa, sudorazione, senso di nodo alla gola, ecc.), entrambe sono la reazione ad una minaccia ma differiscono sostanzialmente perché:

la paura è una reazione emotiva ad un pericolo reale.
l’ansia è una reazione emotiva ad un pericolo percepito.

La paura

La paura è l’emozione più antica e fondamentale per la sopravvivenza, si attiva ogni volta che ci troviamo di fronte a un pericolo nel tentativo di proteggere la nostra vita.

La paura è una risposta mirata diretta a un evento o un oggetto specifico, e la persona ne è consapevole. Nel momento in cui percepiamo un pericolo proviamo paura, il sistema simpatico si attiva e prepara il corpo alla modalità di attacco e fuga, un meccanismo difensivo sviluppato in ogni specie animale, aumenta cosi l’afflusso di sangue ai muscoli, il cuore inizia a battere più forte e più veloce, le vene si contraggono ed aumenta la pressione sanguigna, i bronchi si dilatano ed aumenta anche l’ossigenazione, contemporaneamente viene rallentata la digestione, ecc., il corpo ora è pronto a colpire o a scappare, può arrivare a paralizzare anche le nostre scelte.

Dal punto di vista fisiologico, negli esseri umani esisterebbe un vero e proprio circuito cerebrale della paura. Secondo LeDoux, uno dei più grandi studiosi del cervello umano, esisterebbe una strada ‘alta’, corticale (più lenta e che implica consapevolezza) ed una strada ‘bassa’, sottocorticale (più veloce ed inconsapevole).

La strada alta porta dal talamo sensoriale alla corteccia sensoriale e poi all’amigdala, è la strada utilizzata dall’ansia in cui lo stimolo viene elaborato cognitivamente. La strada bassa invece porta direttamente le informazioni dal talamo sensoriale all’amigdala, ed è la strada utilizzata dalla paura in cui non vi è elaborazione del percetto, ma pura percezione.

Predisposizione all’ansia
Non tutti richiedono interventi di gestione dell’ansia, poiché non tutti sperimentano un disturbo d’ansia, ciò dipende dall’interazione di vari fattori come il temperamento, le esperienze di vita e la vulnerabilità storica ed attuale.

Pertanto è buona norma, in questi periodi, preparasi alla gestione dell’ansia adottando delle strategie di coping adeguate (inteso come l’insieme di strategie mentali e comportamentali che sono messe in atto per fronteggiare una certa situazione).

Gestione dell’ansia: conoscere i 4 cluster sintomatologici ansiosi
I quattro cluster sintomatologici dell’ansia sono:

Sintomi cardiorespiratori: tachicardia, senso di oppressione al petto, di affogare, dispnea, ecc.
Sintomi gastrointestinali: nausea, vomito, mal di stomaco, tensione e/o dolori addominali, diarrea, ecc.
Sintomi vestibolari: sensazione di instabilità, vertigini, sensazione di svenimento, ecc.
Sintomi psicosensoriali: disorientamento, derealizzazione, depersonalizzazione,sensazione di camminare sulla gomma piuma o di gambe molli, ecc.

La Psicoterapia Cognitiva per la gestione dell’ansia
La psicoterapia cognitiva è molto efficace nella gestione dell’ansia, essa spiega i disturbi emotivi attraverso l’analisi della relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti.

Secondo la TCS, alla base dei disturbi da ansia e dell’umore vi sarebbero delle distorsioni cognitive, cioè ragionamenti che si caratterizzano per il fatto di discostarsi dalle teorie normative del ragionamento e che, per questo, causano, aggravano e mantengono le credenze patogene, quelle che sottendono la sofferenza psicopatologica. Pertanto, le reazioni emotive disfunzionali e il disagio sono frutto di pensieri disfunzionali, quindi è essenziale lavorare su di essi.

Come ragioniamo e quali meccanismi sono coinvolti nell’ansia

Quando ragioniamo utilizziamo bias cognitivi, euristiche, che diventano disfunzionali se vengono utilizzate eccessivamente.
Inoltre possediamo un altro tipo di ragionamento, anch’esso automatico, che si attiva in seguito alla valutazione di un evento come minaccioso chiamato Better Safe than Sorry (BSTS) cioè ‘Meglio allarmarsi che non allarmarsi affatto’. Lo scopo è quello di evitare errori di sottovalutazione del pericolo, pertanto viene privilegiata la focalizzazione dell’ipotesi di pericolo. Il BSTS si attiva anche se il danno da prevenire non è importante in sé ma lo è diventato perché l’individuo ritiene di avere il dovere di prevenirlo.

I pensieri che possono generare ansia sono: sopravvalutazione del pericolo e sottovalutazione delle proprie capacità di affrontare una situazione.

Modello del Circolo vizioso del Panico
Secondo Modello del Circolo vizioso del Panico (Clark, 1986 – Modificato da Wells, 1997) vi è uno Stimolo scatenante esterno oppure interno che viene percepito come minaccioso attivando così le sensazioni somatiche come ad esempio dolori al petto, palpitazioni, salivazione azzerata, nausea, tremore tachicardia, tremore, fame d’aria, iperventilazione ecc. Dopodiché vi è un’interpretazione catastrofica delle sensazioni mentali e somatiche che accompagnano questa preoccupazione ad esempio ‘non respiro… e se mi sento male? Mi sta venendo un infarto?‘. Tutto ciò porta ad un incremento della preoccupazione, cioè si acuiranno le sensazioni somatiche, fino a causare un Attacco di Panico. Invece, se si mettono in atto evitamenti o comportamenti protettivi le manifestazioni negative diminuiranno con la conseguenza di una cronicizzazione dell’ansia. Pertanto ci si dovrebbe dedicare a percorsi e strategie di gestione dell’ansia, che va attraversata e mai evitata.

Gestione dell’ansia: come combattere allora quest’ansia?
Interventi cognitivi per la gestione dell’ansia

Psicoeducazione; modificazione delle credenze patogene (AS) tramite ristrutturazione cognitiva; accettazione dell’ansia e del rischio di panico (si cerca di attendere che passi la tempesta), ecc.

Interventi comportamentali per la gestione dell’ansia

Respirazione diaframmatica; rilassamento isometrico rapido; tecnica luogo sicuro; mindfullness; esposizione enterocettiva e in vivo; Eliminazione dei comportamenti di controllo; ecc.

Identificare i pensieri ansiogeni

All’inizio può essere difficile individuare i pensieri che provocano ansia, specialmente, se durano da molto tempo e si presentano in modo quasi automatico. Per individuarli, nelle situazioni in cui si è in ansia è importante farsi delle domande: es.: ‘Che cosa sto pensando? Che cosa penso della situazione? Come penso di affrontarla? Cosa farò? Ecc.‘ Un esempio di pensiero disfunzionale potrebbe essere: ‘Cosa succederà se non ci riuscirò? Sicuramente perderò tutto?‘. Mentre un esempio di pensiero illusorio è: ‘Ci riuscirò senz’altro, sono troppo bravo!‘. Un pensiero funzionale, invece, suonerebbe più o meno così: ‘Mi conviene provarci e fare del mio meglio!’.

Nel processo di gestione dell’ansia, per distinguere il pensiero disfunzionale ed illusorio da quello funzionale è utile sapere che nel pensiero disfunzionale si usano spesso queste espressioni: ‘Io devo assolutamente..; io sono obbligato a..; se … poi; non potrei resistere se…‘. Nel pensiero illusorio invece le seguenti: ‘Andrà tutto bene; non m’importa; non diventerò mai ansioso‘. Nel pensiero funzionale invece le espressioni sono le seguenti: ‘Preferirei non …; è improbabile che succeda… ma; anche se succederà non sarà una catastrofe; se le cose non andranno come desidero, mi sentirò deluso e seccato, ma riuscirò ad andare avanti comunque‘. Sono abolite le doverizzazioni.

Sostituire i pensieri disfunzionali ansiogeni con pensieri più funzionali

Domandarsi se quello che si pensa è condiviso anche dagli altri. Chiedersi se il vostro modo di pensare vi aiuta a raggiungere gli obiettivi o vi allontana. Se state facendo un errore dì ragionamento avete a che fare con dei bias cognitivi: particolari distorsioni nel modo di interpretare e valutare la realtà interna ed esterna della persona collegate all’utilizzo di regole euristiche.

Ad esempio, in un processo di gestione dell’ansia, è assolutamente importante fare attenzione quando si pensa in termini di tutto o nulla, si vede tutto in bianco o nero (Pensiero assolutistico o dicotomico). Altri bias cognitivi a cui stare attenti sono:

Generalizzazione. Fare attenzione a parole come: sempre, mai, tutti, tutto, nessuno, niente. Chiedersi se la situazione è davvero così estrema.
Ingigantire / minimizzare l’importanza di singoli episodi. Se in un’occasione non siete riusciti, non significa che continuerete a fallire.
Pensare solo ai punti deboli dimenticandosi i punti di forza. Cercate di pensare ad altre volte in cui avete avuto dei successi, anche piccoli.
Catastrofizzazione. Sopravvalutare le probabilità di un disastro. È vero che qualcosa può andare male, ma non bisogna sopravvalutare i rischi.

Conclusioni
Per affrontare meglio la gestione dell’ansia, quando ci si accorge di stare male è dunque utile:

Chiedersi di che emozione si tratta, cosa sentiamo in quel preciso momento.
Identificare quali sono i pensieri relativi all’ emozione, il proprio dialogo interno, cioè i pensieri disfunzionali.
Mettere in dubbio i pensieri e le convinzioni disfunzionali.
Sostituire i pensieri e le convinzioni disfunzionali con pensieri più vicini alla realtà e più utili per il raggiungimento dei tuoi obiettivi.
Ricorrere a tecniche comportamentali.

 

Articolo tratto dal sito State of Mind. Clicca qui per l’articolo originale.

Il comportamento aggressivo nell’infanzia e nell’adolescenza

La violenza dei figli nei confronti dei genitori è sempre più frequente e intensa e si presenta sempre più precocemente. Ma da cosa deriva quest’aumento della violenza degli adolescenti nei confronti dei genitori?

Uno studio recente, realizzato con adolescenti spagnoli, ha analizzato i fattori che facilitano il manifestarsi della violenza domestica di questo tipo. I dati raccolti dimostrano che l’esposizione alla violenza in casa, la mancanza di comunicazione e l’educazione permissiva creano adolescenti narcisisti che aggrediscono fisicamente o verbalmente i loro genitori.

La mancanza di comunicazione affettiva e positiva tra genitori e figli o l’assenza di tempo di qualità dedicato ai bambini possono scatenare atteggiamenti violenti.

Anche un atteggiamento troppo permissivo da parte dei genitori che non impongono limiti può essere la base delle reazioni violente dei giovani.

L’insegnamento e l’educazione sono la chiave per prevenire il narcisismo negli adolescenti e i loro comportamenti violenti.

Se i genitori non educano i loro figli in nome della responsabilità e del rispetto, è facile che, senza un modello migliore, questi acquisiscano i comportamenti che fino a quel momento la società ha insegnato loro. Il loro, dunque, sarà un modello in cui la frustrazione e l’imperfezione non esistono e dovranno cercare di farsi strada come meglio possono.
Gli adolescenti narcisisti tendono a sentirsi frustrati e rifiutati. In questa situazione, prima appaiono le grida e gli insulti, accompagnati (prima, durante e/o dopo) dall’aggressione fisica. I ricercatori spiegano che, quando i genitori si rendono conto che loro figlio sta violando le norme di rispetto precedentemente stabilite, devono instaurare un dialogo educativo, di rimprovero e riparatore che falci questo comportamento alla radice.

La fascia di età tra i 13 e i 15 anni è particolarmente critica per il posizionamento dell’adolescente (o pre-adolescente) nei confronti dell’aggressività, sia quella diretta ai genitori sia quella diretta a terzi o ad oggetti. Fanno anche notare che, nonostante non ci sia una differenza tra i sessi nelle manifestazioni di aggressività, questo fenomeno è in crescita nelle femmine.

Articolo tratto dal sito La Mente è Meravigliosa. Clicca qui per leggere l’intero articolo.